Domenica 14 novembre sono stata ai Magazzini Generali a vedere, per la quarta volta, una delle mie band preferite: gli Anathema. È stato il più bel concerto degli Anathema che io abbia mai visto, perché non hanno proposto solamente le canzoni dell’ultimo album We’re Here Because We’re Here (2010), che è comunque un bel disco, ma hanno fatto anche molti pezzi vecchi, per un totale di 26 canzoni, molte delle quali io ho ascoltato abbracciata al mio dK… perché gli Anathema sono un po’ la nostra band!

Il concerto è stato aperto da tale Petter Carlsen, che ha iniziato verso le 19.50, con la sua bella chitarra acustica, quando ancora molta gente non era entrata o si faceva i fatti suoi. Musica in linea con quella degli ultimi Anathema, ossia tranquilla, lenta, che infonde serenità. All’inizio il pubblico non lo cagava granché, ma alla fine Petter riesce addirittura a farlo cantare insieme a lui e a farlo cantare anche quando lui se n’è andato.

Successivamente, arrivano i The Ocean, una band che io non ho apprezzato molto. La musica non era male, piena di tempi dispari e vagamente psichedelica, ma il cantante urlava e basta. Inoltre le canzoni erano spesso lunghe e, nonostante la musica non fosse male, non “diceva nulla”, nel senso che non trasmetteva niente e diventava spesso noiosa.

Alle 21.30, invece, arrivano loro… i fratelli Cavanagh (ben tre sul palco!) e il resto della band. Non ci credo… partono proprio con Deep, la prima canzone dell’album Judgment (1999), che è anche il primo disco che io ho ascoltato in assoluto degli Anathema. E non fanno solo Deep, ma anche le altre tre canzoni successive nell’album: Pitiless, Forgotten Hopes e Destiny Is Dead. Forgotten Hopes è la prima canzone di cui io abbia ricordo di quell’album, nel senso che quando sono andata al mio primo concerto degli Anathema, quella era l’unica canzone che mi ricordassi davvero e di cui sapessi il testo, e ha sempre avuto un posto privilegiato nel mio cuore. Non so bene perché, anche le altre canzoni mi piacevano; evidentemente mi ha ispirato quel qualcosa in più.
Durante tutto il concerto, la band tocca quasi tutti i loro album, a esclusione, come sempre, dei primi due album, Serenades (1993) e The Silent Enigma (1995), e, stranamente, di A Fine Day To Exit (2001). È un peccato che non vengano mai proposte canzoni da The Silent Enigma, perché è un gran bell’album, con canzoni splendide quali A Dying Wish, ma forse troppo gotico e troppo lontano dalle sonorità più recenti degli Anathema.
In ogni caso, propongono pezzi splendidi e, a sorpresa, anche Angelica, dell’album Eternity (1996), di cui solitamente non propongono nulla. Adoro Angelica, è una canzone leggiadra, che porta in sé un’aura di ineffabilità, come qualcosa che non appartiene a questo mondo e che noi possiamo solo ammirare.
Un altro album di cui fanno diverse canzoni è Alternative 4 (1998), di cui propongono ben sei pezzi! Immancabile, ovviamente, è Inner Silence, una canzone tanto breve quanto intensa, che già dalle prime note ti fa commuovere. Quando si ascolta questa canzone, l’unica cosa sensata da fare è sedersi o sdraiarsi, chiudere gli occhi e lasciarsi andare alle note, dimenticando tutto ciò che ci circonda. Immancabile è anche One Last Goodbye, che insieme a Inner Silence, costituisce una delle canzoni più tristi degli Anathema, ma che tutti conoscono a memoria e che tutti amano. Diciamo che è un must, e gli Anathema non hanno mai mancato di suonarla a ogni concerto. È una canzone triste, ma perché è piena di sofferenza e dolore. Si piange per la perdita di una persona molto cara, che costituiva una parte molto importante nella vita dei fratelli Cavanagh, ovvero la loro madre. Chiunque ascolti questa canzone non può rimanerne indifferente, soprattutto se si è vissuta l’esperienza di perdere qualcuno che amavamo molto. La voce di Vincent soffre insieme alla musica, e ogni volta che la canta, mi trasmette sempre quel senso di impotenza per non poter far nulla per ridargli indietro quella donna tanto amata. I Magazzini Generali hanno cantato tutti insieme questa canzone, anche quando Vincent smetteva di farlo, lasciando a noi l’onere, ma soprattutto l’onore e la voglia di portare avanti la canzone. Applausi e commozione alla fine…

Da ricordare che alcune canzoni sono state cantate insieme a Lee Douglas, sorella proprio del batterista degli Anathema, John Douglas (si fa tutto in famiglia negli Anathema ;)), che presta la sua bella voce in diversi pezzi dal 2000 fino ad oggi, ovvero dall’album A Fine Day To Exit, e viaggia spesso (se non sempre) in tour con gli Anathema. Inoltre, tre canzoni sono state cantate e suonate solo da Danny, come spesso succede ai loro concerti: Flying, Wish You Were Here, cover dei loro più grandi ispiratori, i Pink Floyd, e Are You There.

Ciò che mi è sempre piaciuto degli Anathema, a parte la musica, era anche la loro semplicità. Sono ragazzi dolci, che non si sentono degli dèi scesi sulla Terra, nonostante stiano su un palco, e hanno sempre un sorriso gentile per il pubblico. Sarà anche il tipo di musica che fanno, non lo so, ma ogni volta sono sempre tranquilli, che si godono il momento del concerto, e si vede che gli piace. Inoltre, secondo me, ogni volta che vengono in Italia (perlomeno a Milano) hanno sempre degli aficionados particolari: noi fan degli Anathema non saremo tanti (anche se il locale era abbastanza pieno), ma li amiamo alla follia, senza mezzi termini e senza “Mah… sì, non mi dispiacciono…”. Li adoriamo, punto.

In conclusione: concerto spettacolare, ottima la scelta delle canzoni e un applauso particolare a Vincent, che nonostante non stesse bene, ha suonato e cantato per ben due ore e un quarto! Già era il mio preferito, con i suoi bei riccioli castani e il sorriso dolce… che tenero! 🙂

Ecco la scaletta:

  • Deep (Judgment)
  • Pitiless (Judgment)
  • Forgotten Hopes (Judgment)
  • Destiny Is Dead (Judgment)
  • Angels Walk Among Us (We’re Here Because We’re Here)
  • Presence (We’re Here Because We’re Here)
  • A Simple Mistake (We’re Here Because We’re Here)
  • Balance (A Natural Disaster)
  • Closer (A Natural Disaster)
  • A Natural Disaster (A Natural Disaster)
  • Empty (Alternative 4)
  • Lost Control (Alternative 4)
  • Destiny (Alternative 4)
  • Inner Silence (Alternative 4)
  • Get Off Get Out (We’re Here Because We’re Here)
  • Universal (We’re Here Because We’re Here)
  • Hindsight (We’re Here Because We’re Here)
  • Judgement (Judgment)
  • Flying – solo Danny Cavanagh (A Natural Disaster)
  • Wish You Were Here – solo Danny Cavanagh (Pink Floyd cover)
  • Are You There – solo Danny Cavanagh (A Natural Disaster)
  • Parisienne Moonlight (Judgment)
  • Angelica (Eternity)
  • One Last Goodbye (Judgment)
  • Shroud of False (Alternative 4)
  • Fragile Dreams (Alternative 4)
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Ho preso una decisione ieri. Avevo paura, perché era qualcosa che dovevo decidere da sola e fino all’ultimo non sapevo proprio cosa fare. O meglio, io lo sapevo cosa volevo, in fondo… ma dirlo ad alta voce era tutta un’altra questione e ci voleva coraggio. But guess what? Alla fine l’ho fatto, e il coraggio, che credevo non ci fosse, c’è stato! Mi verrebbe quasi da dire: “Ho preso la mia decisione. Giusta o sbagliata che sia, ormai l’ho fatta e non si può tornare indietro”. Tutto vero, tranne che per un particolare: cos’è giusto e cos’è sbagliato? Sono concetti così soggettivi che è impossibile darne una definizione generica. Per me era la decisione giusta, nel senso che lo era per la mia stabilità emotiva. Ma lo so che esiste tanta gente là fuori che la considererebbe una decisione sbagliata. Fatti loro, in realtà.
Io lo so che cosa mi fermava dal prendere quella decisione: il giudizio degli altri. Sapevo che cosa avrebbe fatto la maggior parte della gente cui l’avessi detto, e pensavo che quella fosse la decisione giusta da prendere. Sarei stata una matta a fare la scelta opposta. Nessuna persona sana di mente lo avrebbe fatto. Ebbene, io sono pazza, allora. Squillino le trombe! Che tutti sappiano!

Chi mi conosce da più di due anni sa bene che avevo già preso una decisione “folle” nella mia vita: avevo lasciato il mio bel lavoro sicuro, con una paga più che buona, vicino casa, per andare in un paese straniero a fare non si sa bene cosa solo per parlare inglese (cazzo, quello era il bello!). Sono certa che diverse persone non hanno apprezzato la mia scelta: chi lascerebbe mai un lavoro a tempo indeterminato per andare a fare la fame in una casa infestata dai topi? “Lasci gli amici, la famiglia, il tuo ragazzo e te ne vai così! Che egoista!”.
È vero, forse sono stata un po’ egoista, ma era ciò di cui avevo bisogno in quel momento. Non che non avessi bisogno anche delle persone di cui ero circondata, anzi! Il loro supporto è stato fondamentale per me, perché sapevo di non essere spiritualmente sola in quel viaggio alla ricerca di me stessa. Mi sono mancati tutti da morire. E indovinate un po’? Gli amici, quelli veri, il mio ragazzo dell’epoca e i miei familiari non mi hanno abbandonato. Perché loro credevano in me. Evidentemente avevano capito che ognuno è un po’ egoista ogni tanto e ha bisogno di spazi solo per sé. O che comunque, se non l’avessi fatto in quel momento, non l’avrei mai più fatto. Quello era il momento, non prima e non dopo. Okay, quella era una situazione un po’ ai limiti, e lasciare il mio ragazzo è stato molto difficile (egoista sì, ma non menefreghista), ma non avrei voluto rinfacciarglielo nel nostro futuro insieme, per cui l’ho fatto. Era una situazione temporanea, e lui ha accettato; quante volte, per questo, ho sentito la gente denominarlo “santo” o “povero”. E un po’ avevano ragione, infatti l’ho ringraziato migliaia di volte per avermi dato la possibilità di fare quell’esperienza. Ma anche lui aveva fatto una scelta, non rompendo, nonostante tutto, la nostra relazione.

La decisione che ho preso ieri è concettualmente simile. Non ho fatto quello che avrebbero fatto tutti, ma quello che volevo io, quello che sapevo mi avrebbe fatto star bene mentalmente. Avrei potuto fare un sacrificio e prendere un’altra decisione, ma non ce l’ho fatta. Forse non ho voluto rischiare… o forse il rischio era proprio fare quello che sotto sotto desideravo. But guess what, again? Se non avessi preso quella decisione, mi sarei preclusa una bella possibilità di cui sono venuta a conoscenza oggi, e che spero vada a buon fine.
Magari tra qualche tempo me ne pentirò, chissà… magari ci penserò come a qualcosa che non farei mai più, ma che ormai ho fatto perché in quel momento mi serviva. Ho fatto tante di quelle cazzate nella mia vita, soprattutto negli ultimi tempi, ma se non le avessi fatte, forse non sarei la persona che sono adesso. E chi mi conosce bene, se mi ha osservato attentamente, lo sa quanto sono cambiata, quanto sono cresciuta… e credo proprio di essere migliore ora. Non si può tornare indietro e cambiare le cose, piuttosto vale molto più la pena prendersi la responsabilità dei propri errori e andare avanti cercando di porvi rimedio.
È così che si cresce, secondo me.

Può sembrare una cagata, ma da single ti rendi conto di cose che, quando sei in coppia, non sempre capisci. Da single osservi meglio le altre coppie, le studi e cerchi di vedere cos’hanno loro che li tiene insieme che tu non sei riuscito a mantenere con la tua di coppia.
D’altronde, se sei single, i casi sono due: o non sei mai stato fidanzato o eri in una coppia che poi è “scoppiata”. Nel primo caso, secondo me, non è che proprio “ti manchi” stare in coppia, ma semplicemente hai voglia di stare in coppia, perché sei stufo di stare da solo. Hai voglia di fare come gli altri, hai voglia di scoprire cosa si prova a condividere la propria vita con un’altra persona. Insomma, ti manca stare in coppia perché non l’hai mai provato, ma sai che è bello e che lo vuoi sperimentare.
Ma quando una cosa la provi… è tutta un’altra cosa. Lo sai com’è, lo sai quanto ti piace e il non averla ti fa star male. È come per tante altre cose, come il cibo, o il sesso. Quella stupida frase che piace dire a tanti single: “Io sono single per scelta!” (da declamare con vocina acida e petulante) è secondo me una delle classiche frasi che ci si dice per autoconvincersi che si sta bene. Ci possono essere periodi in cui si ha voglia di stare da soli, certamente, magari perché si è appena usciti da una storia e non si vuole avere altre relazioni, al momento. Ma è una situazione temporanea, solitamente non si va avanti così tutta una vita. Se dopo anni dalla fine di una relazione, vai ancora in giro dicendo che sei single “per scelta”, io ti scoppio a ridere in faccia. Fai prima a dire che non hai ancora trovato la persona giusta. Almeno sei sincero e fai una bella figura.
Conosco un ragazzo (amico di amici) che a 30 anni suonati, non ha ancora voglia di impegnarsi e passa da una donna all’altra. In tutti questi anni, non l’ho mai visto con una donna. Okay, lui è un single per scelta, ma andare con diverse donne e “frequentarsi”, anche senza impegno, non è forse un modo per non stare da solo? Non è come avere una relazione, lo so bene. Ma se a più di 30 anni hai ancora voglia di fare lo scapolone d’oro (nel senso che lo vuoi, non che non riesci a trovare la donna per te, nonostante tu ci provi), proprio bene bene non stai. Cresci, caro mio, che sarebbe anche ora.

Per quanto mi riguarda, sono circondata da coppie. Mi piace osservarle e vedere come funzionano. O non funzionano. Diciamoci la verità: io mi sarò anche lasciata dopo anni di relazione, ma vedo coppie che stanno insieme da anni e, nonostante la loro coppia abbia delle falle, sono ancora insieme. E non si lasceranno mai. E perché? Perché fanno finta di niente, non hanno il coraggio di scoprire le crepe della loro storia, e conseguentemente, di dover ammettere che la relazione non va proprio così bene.  Ammetterlo significherebbe dover fare i conti con i problemi, e se i problemi sono troppo gravi, il passo successivo sarebbe lasciarsi. E certa gente, pur di non rimanere da sola, preferisce una relazione vuota. Dà loro sicurezza. E magari guarda la gente che si lascia dopo tanti anni con quello sguardo misto di compassione e tristezza, che a me fa solo incazzare.
Alcune coppie farebbero bene a guardare la loro, di coppia, prima di giudicare gli altri. È sempre brutto vedere degli amici lasciarsi e stare male, ma meglio chiudere una storia che non funziona e aprirsi a nuove relazioni, che magari andranno anche meglio, che non continuare una storia che semplicemente non va. Certe coppie vanno avanti per inerzia: non hanno ormai più niente da dirsi, hanno interessi diversi e non si piacciono nemmeno più fisicamente. Che senso ha?

Se c’è una cosa che a me fa davvero incazzare in certe coppie, ed è una cosa che ho capito quanto sia sbagliata soprattutto da quando sono single, è litigare per le cazzate più assurde. Litigano per delle stupidaggini, che non hanno alcuna importanza. Okay, al momento ti puoi arrabbiare, ma dopo ti dovrebbe passare, non essendo davvero importante. Invece no. C’è chi si incazza come una iena, chi trascina il litigio per ore, chi mette il muso, chi insulta il proprio partner. No, così non va… Ci sono cose ben più importanti – che ne so – del partner che sbaglia strada in macchina, o che fa cadere per sbaglio un piatto per terra rompendolo, o che ogni tanto arriva in ritardo, o che sbaglia a fare una qualunque cosa. È normale arrabbiarsi al momento, ma poi si fa pace. Si fa sempre pace, se c’è amore. Quando si vuole stare insieme, i problemi si risolvono sempre, e si cerca di farlo nel minore tempo possibile. Capisco che, quando si è nella coppia, si fa fatica a capire queste cose, ma se poi si deve essere sempre in tensione o sempre col muso solo per cazzate del genere, non si vive più. Certa gente si lamenta sempre e non è mai contenta di quello che ha. Ma concentrarsi su quello che effettivamente si ha no, eh?

Gli esseri umani sono capaci di perdere un sacco di tempo della propria vita, e per le ragioni più disparate. Ne cito solo alcuni:

  • Ad esempio, perché non hanno il coraggio di ammettere che hanno torto, e quindi portano avanti dei litigi per il semplice motivo che sono talmente orgogliosi da non voler abbassarsi a dire “scusa, ho sbagliato”. L’orgoglio, portato a questi livelli, è il peggior difetto che una persona possa avere. Non per niente, l’orgoglio è classificato come il peggiore dei vizi capitali, nonché causa della dannazione di Lucifero e del Doctor Faustus di Marlowe (anche se in modo diverso).
  • Oppure perché non sono capaci di ammettere ad alta voce i propri sentimenti. Certe frasi non devono essere sprecate, ma non devono neanche non essere mai dette. Dire “ti voglio bene” o “ti amo” alla persona che si ha al proprio fianco, per esempio. Sono frasi che non devono essere ripetute così tanto da perdere significato, ma è importante dirle. Non è sempre così implicito, come pensiamo. L’amore, e l’affetto in generale, va espresso, a gesti ma anche a parole. Se si è troppo orgogliosi anche per dire queste cose, c’è qualcosa che non va. In noi, non necessariamente nella coppia.
  • Oppure perché non sanno quello che vogliono. Passano il tempo a scervellarsi per capire cosa davvero vogliono dalla vita, lasciano le persone vicine in “stand-by”, o comunue le mettono da parte, perché sono piene di dubbi… e poi va a finire che passano i giorni, le settimane, i mesi, le comunicazioni si interrompono, le persone si allontanano e i sentimenti finiscono. E tu ti rendi conto che bastava impegnarsi un attimino in più per risolvere prima la situazione. E quando finalmente capiscono quello che vogliono, spesso è troppo tardi.
  • Oppure perché hanno paura. Hanno paura a esporsi, a lasciarsi andare, a rischiare. A ben vedere, quest’ultimo caso comprende tutti i casi precedenti.

Lo so, da single è tutto più facile, basta parlare. “Ti voglio vedere quando sarai in coppia!”, qualcuno potrebbe dirmi. Ditemelo pure. Ho smesso di dipendere dal giudizio altrui per stare bene con me stessa. Può contare, ma fino a un certo punto. Tutti facciamo degli errori, ed è proprio da quelli che si impara. Siamo peccatori, siamo esseri umani. Ma io so che non posso e non voglio commettere gli stessi errori due volte.

“We die only once, and for such a long time„

There are things that should be easy to say
When you know you love someone
While waiting for the moment to come
Another day has gone

The stupid fears I keep inside
That only heaven knows
They scare me every time I have to
Face those simple words

And then goodbyes are round the corner
And then goodbyes don’t last one day
So I’m scared the time is running out
And I see you walk away

There are goodbyes that no one cares about
N’ others so hard to face
So I’m trying to sing this song for you
For the words I need to say…

I learned my lesson once
I thought I learned my lesson twice
And I know how bad it feels inside
When I can’t make up my mind

Senseless words and sleepless nights
And my life’s just falling apart
Oh tell me Lord why’s it take so long
To let my heart speak out

‘Cuz then goodbyes are round the corner
And then goodbyes don’t last one day
So I’m scared the time is running out
And I’ll see you fade away

There are goodbyes that no one cares about
And others so hard to face
So I’m trying to sing this song to you
‘Cause it’s time for me to say
I love you

… R.I.P. Steve Lee …

 

Ormai l’ho capito l’andazzo di questo 2010… dato che è iniziato male, vuole anche finire male. Eh beh, mi pare giusto, mica le cose possono migliorare, non sia mai!
Io ho un solo obiettivo davvero importante, che vorrei provare, non dico a raggiungere, ma almeno a iniziare a intravedere prima della fine dell’anno: costruirmi un futuro eliminando tutto ciò che non vuole far parte della mia vita, nonché tutto ciò che mi fa soffrire. Ci sto provando, mi sto adoperando per conseguire questo obiettivo, ma mi rendo sempre più conto di quanto tempo ci voglia. Non è facile, e come al solito cuore e cervello seguono due direzioni opposte, ma sono certa che prima o poi il primo la penserà come il secondo, data la violenza psicologica che sto esercitando su di lui.

Si sa che un lavoro in un periodo del genere è qualcosa di più unico che raro e io non dovrei avere paura ad accettarne uno. Dovrei accettare e basta, senza star lì a pensarci su due volte. Invece no.
Questo non è un semplice part-time, a cui potrei affiancare delle traduzioni. È un part-time con potenziali straordinari da fare senza lamentarsi, su turni, dalla mattina alle 5 fino alle 23 (se non oltre). Passiamo oltre il non riuscire a conciliare il mio corso di teatro (a cui, forse, potrei trovare una soluzione, se lo spaccio come un altro lavoro), e passiamo oltre i tre concerti a cui volevo andare e che potrebbero saltare (sigh… :(). Qui si tratta di non riuscire a fare nulla con questo lavoro che, diciamoci la verità, non paga nemmeno un granché come part-time a 25 ore settimanali. Con gli straordinari sì, la paga cresce, ma senza quelli è uno stipendio “normale” (se si può usare questo termine).
Ora… io lo so che un pochino mi sto aggrappando a delle scuse. Perché ho paura di scegliere. Paura di prendere la decisione sbagliata, paura di star male e paura di non farcela. Vorrei che qualcuno decidesse per me, ma è la mia vita e devo farlo io. Purtroppo, o per fortuna.

Mi dico che alla fine si tratta di un contratto di soli quattro mesi, che potrei anche farlo. Che è un modo per mettere via qualche soldo, nonché per conoscere comunque gente nuova (che ci sta sempre bene). E so bene che il lavoro va messo al primo posto rispetto al resto, perlomeno in un momento critico come questo: prima dei concerti, prima del corso di teatro, prima della vita sociale (quella si crea comunque, credo).

La mia idea provvisoria è quella di accettare il lavoro, ma andarmene non appena ne trovo un altro che mi piace di più.
Seguiranno aggiornamenti.

È in momenti come questo che mi manca avere una persona al mio fianco. Un momento in cui sto affrontando un cambiamento importante nella mia vita e non so se è il caso di agire in un modo piuttosto che in un altro. Un momento come stasera, in cui arrivo a litigare con i miei genitori per questa scelta e non ho nessuno da cui rifugiarmi. Quel qualcuno che magari mi avrebbe consolato, asciugato le lacrime, consigliato e mi avrebbe supportato dicendo che lui ci sarebbe stato, qualunque cosa sarebbe accaduta.
Ma è in momenti come questo che si impara a vivere di nuovo, no?

Per qualche motivo (presumibilmente bassa autostima) ho sempre creduto che non mi sarei mai sposata. Forse non mi ritenevo abbastanza bella e solare da poter essere apprezzata (si tenga conto che ero adolescente quando lo pensavo). Poi c’è stata una pausa di sette anni in cui ho creduto che non sarebbe stato come avevo sempre pensato: mi piaceva stare in coppia, mi piaceva stare in quella coppia e credevo che sarebbe stato sempre così. Alla fine di quella “piccola” pausa, ho ripreso a credere di nuovo che sarei stata da sola nella mia vita. Sarà stata la delusione, sarà stata la tristezza del momento, ma per un attimo ho pensato: “Vedi, avevo ragione!”. Ora, non dico che sicuramente mi sposerò e che troverò l’uomo giusto, ma una cosa la so: io non sono fatta per stare da sola. Non mi piace stare da sola, e con sola intendo single. C’è gente a cui piace, perché in questo modo ha tutta la libertà che vuole: può fare quello che gli pare senza dare conto a nessuno, cambiare programmi all’ultimo, avere un/a partner diverso a ogni occasione. Ammetto che c’è stato un periodo della mia vita in cui mi piaceva quell’indipendenza che mi ero creata e che ero anche un po’ spaventata all’idea di “impegnarmi”, ma non è durato tanto. Non ho mai voluto mandare all’aria una storia per essere single. Infatti, in un momento come questo, in cui sono arrivata a domandarmi che cazzo ci faccio io al corso Alitalia, una persona al mio fianco mi ci vorrebbe proprio. È chiaro che poi alla fine la scelta la faccio sempre io, perché è la mia vita, ma è il supporto, la comprensione, i consigli di quella persona che mi mancano. Sì, mi manca stare in coppia, per questo e perché mi manca fare tutte quelle cose “da coppia”… Ne avevo già un po’ parlato all’inizio di questo post e poi in questo, tempo fa. Peccato che quelle volte avevo un ragazzo con cui mi divertivo un mondo a fare quelle cose da coppia e che mi mancava da matti.

Fino a qualche tempo fa sapevo cosa volevo e cosa (credevo) avrei avuto dalla vita. Sapevo che sarebbe stata dura trovare lavoro, che sarebbe stato difficile permettersi una casa e fare dei figli, ma una sicurezza ce l’avevo e credevo che sarebbe stata l’unica cosa che non sarebbe mai più cambiata, ovvero la mia vita sentimentale. Non sapevo come sarebbe stato il mio futuro, ma una cosa l’avevo trovata e mi bastava: la persona giusta. Certamente il resto, seppur ignoto, mi spaventava, ma non così tanto come ora. Adesso mi ritrovo a 25 anni senza sapere se farò mai il lavoro della mia vita, senza sapere se potrò mai andarmene di casa (come me lo permetto da sola un affitto? per non parlare di un mutuo…), con una vita sociale già striminzita e senza il ragazzo giusto. Bella merda.

Io non sono una di quelle persone che, in generale o dopo la fine di una storia, si butta subito in un’altra, della serie “chiodo scaccia chiodo”, e nemmeno in relazioni usa e getta (gli affairs). Non ne vale la pena, perché in realtà sono solo reazioni dovute a qualcos’altro, a qualcosa dentro di noi. Io credo non sia sintomo di stabilità emotiva passare da una relazione all’altra, e il buttarsi subito in una storia poco dopo la fine di un’altra significa che non si riesce a stare da soli. Quindi, piuttosto che stare da soli, condizione che porta inevitabilmente a trascorrere diverso tempo con il proprio cervello, ci si mette col primo o con la prima che vagamente sembra interessante. E poi è chiaro che la maggior parte di queste relazioni finisce, ma per forza! Io non metto in dubbio che quella di non impegnarsi e “divertirsi” possa essere una reazione legittima. Ma non può andare avanti per molto: prima o poi ti stuferai di quella vita. E se non ti stufi, e vai avanti mesi, un anno, o più anni facendo così, vuol dire che non hai ancora raggiunto la completa maturità, altrimenti dopo un po’ ti accorgeresti da solo che così non può continuare e che quella è solo una sciocca reazione adolescenziale. Io al momento sono single, e anche abbastanza sola. Ma non ho l’ansia di trovarmi subito un fidanzato, né di andare con ragazzi a caso una sera sì e una no. Oh sì, diventerei una donna “mangiatrice di uomini” che usa gli uomini e poi li butta. C’mon… Sarei solo una donna fragile e disperata che piuttosto di stare da sola e trovare così la propria dimensione, la dà a mezzo mondo.
Tuttavia, mi sembra doveroso, a questo punto, mettere in chiaro una cosa. Se sei single e stai cercando il tuo equilibrio, certamente non puoi buttarti nella prima storia che capita, ma se c’è una persona che credi possa andare bene e che senti ti dispiacerebbe perdere, allora dagliela questa possibilità. Al massimo non funzionerà. Ma almeno ci avrai provato. È il solito rimpianto del post precedente. Io al momento non sono alla ricerca della storia perfetta, ma se incontrassi una persona che mi fa star bene e che sento che, a causa della mia paura d’impegnarmi e di mettermi in gioco, potrei perdere, allora non lo lascerei andare via. Al massimo poi mi sarò sbagliata, ma io almeno ci avrò provato. Anche perché, se lo lasciassi andare via e dopo qualche tempo mi accorgessi che lui mi manca, cosa faccio? O se inizio a pensare: “Ma… chissà come sarebbe andata se ci avessi provato”?
Non potrei dare la colpa se non a me stessa.

Una persona dotata di un minimo d’intelligenza dovrebbe capire quando è il caso di fermarsi. Diciamo che dovrebbe capire fino a dove si può spingere in una data situazione e quando, invece, è il caso di dire basta. Vero è che quando ci sono di mezzo i sentimenti, tutto questo se ne va un po’ a farsi friggere. Una persona può essere intelligente e furba, e capire, col cervello, che una data azione non va fatta, ma se ha dei sentimenti profondi, il cuore solitamente la vince.
Dicono che bisogna provarci, dicono che solo quando avrai dato il massimo e ci avrai provato con tutte le tue forze e in tutti i modi possibili, solo allora, potrai arrenderti. Qualcun altro dice che non bisogna mai arrendersi: se vuoi una cosa, sforzati, dai il massimo e vedrai che prima o poi la otterrai. Ma non devi mai smettere di crederci.
Io non lo so. Credo che potrei anche essere d’accordo con la seconda teoria, ma non totalmente. È possibile avere un sogno, crederci e fare il possibile perché si avveri, ma spesso e volentieri bisogna fare i conti con la realtà. L’uomo è sì artefice del proprio destino, ma fino a un certo punto. Io l’elemento casualità (che qualcuno chiama anche destino) ce lo metterei. Io posso sbattermi quanto voglio, ma non sempre i miei sforzi saranno sufficienti.

Ho degli amici che, diversi anni fa, avevano il sogno di fare i musicisti nella loro vita, as a living. Ma non è sempre possibile, soprattutto se devi tirare a campare. Ma non è solo quello, diciamoci la verità. Io credo che se loro avessero avuto solo quello come sogno, avrebbero anche potuto realizzarlo. Sicuramente ci sarebbe stata tanta gavetta da fare: concerti non retribuiti, sbattimenti per trovare i locali, anche in giro per il mondo, zero o minima vita sociale, zero sicurezza ed equilibrio. All’inizio non sarebbe stata facile, e chissà, magari non sarebbero nemmeno mai diventati i nuovi Metallica, ma magari avrebbero vissuto girando per il mondo facendo dei concertini e guadagnando il minimo per vivere. Non avrebbero fatto le rockstar super pagate, ma almeno avrebbero fatto quello che volevano nella vita. Il problema – che in realtà problema non è, se ci si pensa – è che, oltre al sogno della vita da rockstar, c’erano altri sogni, altre passioni: per qualcuno la fotografia, per qualcun altro la carta stampata, per qualcun altro ancora la carta ancora da stampare. E tutti erano accomunati da un altro grande sogno, quello della famiglia. Tutti erano felicemente fidanzati e nella loro testa l’idea del matrimonio o comunque della vita di coppia ce l’avevano (un paio di loro si sono anche sposati, alla fine). Eh no, se vuoi avere una famiglia (e quella famiglia godertela e vivertela fino in fondo), la vita da rockstar te la devi scordare. Al massimo tieni la musica come una passione, ma non la fai diventare ciò attorno cui la tua vita ruota. Ma è ok, se lo vuoi veramente, perché non la rimpiangerai. Se hai la grande e unica passione della musica, provaci e fai il musicista nella vita (ho un’amica che lo fa: guadagna poco, ma le piace e vuole fare quello), se invece hai anche altri progetti, fai quello che ti piace di più. Fai una scelta, portala avanti e non avere rimpianti. Ma la scelta la devi fare dopo aver ragionato seriamente, dopo lunghe riflessioni e dopo aver capito che quel rimpianto non ce l’avrai mai nella tua vita, perché hai fatto la scelta giusta e sei felice così.

Bisogna dirlo: è frustrante quando uno ce la mette tutta e non ce la fa. Rimani confuso tanto tempo, in preda ai sensi di colpa, perché sai che per colpa della tua indecisione qualcun altro sta soffrendo, ma al contempo non ci puoi fare niente, perché se prendessi una decisione in quel momento sai bene che potrebbe non essere la decisione giusta. Così vai avanti, rifletti, pensi, pensi talmente tanto da farti venire il mal di testa certe sere… passano le settimane, forse i mesi e tu sei ancora confuso. Sai che la decisione potrebbe essere quella, ma hai paura a dirlo ad alta voce. Paura di soffrire ancora, paura di far soffrire ancora. Paura di quel rimpianto. Quando arrivi al punto da pensare che la nebbia nella testa non si dissolverà mai, ecco che esce il sole. Così, all’improvviso, senza preavviso. Certo, le riflessioni sono servite, e anche le ore passate a disperarti perché ti sentivi stupido a non capire. Insomma, lo capisci e sai che a questo punto vuoi fare di tutto per ottenerlo. E così ci provi, all’inizio con furia e disperazione, perché dopo tutto quel tempo hai voglia di raggiungere lo scopo immediatamente, senza passare dal via. Ma è un percorso complicato, con delle buche e il terreno sconnesso, che deve essere percorso con calma. Così ti armi di pazienza, calma e determinazione. “Che m’importa quanto ci metterò. Io lo voglio. E cazzo, ora che l’ho capito non me lo lascio scappare”. Oltretutto se ami davvero qualcosa, sai aspettare. Le conquiste più belle sono quelle ottenute con fatica, mi dice sempre un’amica. Così vai avanti, superi diversi ostacoli e ti sembra quasi d’intravedere la scritta “Arrivo”, quando qualcuno ti fa cadere. E ti fa capire che è inutile provarci ancora, che è una causa persa e che sei stato un illuso se credevi davvero di riuscirci.

E a quel punto che fai? Rinunci?

La risposta non sarebbe difficile: ci hai provato e hai fallito tante volte. Piangevi ogni volta che cadevi, ma ogni volta ti rialzavi dicendo che lo volevi e che non te ne fregava niente di metterci una vita. Ma poi all’ennesima volta no. All’ennesima volta, con la morte nel cuore, capisci che forse devi smetterla di provarci, e che oltretutto qualcuno è anche infastidito da questo continuo provare, perché intralci il suo cammino. “Me ne sto lontana, non ti do fastidio, prometto”. No, te ne devi andare.
Probabilmente la risposta giusta è che alla fine dovrai arrenderti. All’inizio sarà difficile accettare la sconfitta, ma una persona intelligente e matura li capisce i propri limiti, no? Forse ciò che credi di volere adesso è solo qualcosa di illusorio, che credi di volere, ma in realtà non è quello che vuoi davvero per la tua vita. Ti sei sbagliato, e se magari inizi a guardare anche altrove lo trovi quello che davvero vuoi. Ci hai provato a fare la rockstar, ma forse non è quella la vita che fa per te.
I più sognatori potrebbero dire che semplicemente non è il momento giusto. Se quello è davvero ciò che ritieni giusto per te stesso, allora quella è la strada giusta, perché qualunque altra strada prenderai ti sembrerà senza senso. E allora tornerai al tuo primo desiderio, taglierai il traguardo e raggiungerai quell’unico posto che ti fa davvero sentire a casa.

Gli ultimi due anni sono stati molto intensi. Tanti cambiamenti, ma davvero tanti, e non solo nella mia vita, ma anche nelle vite delle persone (più o meno vicine) che mi stanno attorno. Tante coppie si sono sposate, altre hanno deciso di andare a convivere, tante altre ancora hanno avuto dei figli. Qualcuno si è laureato, qualcun altro ha cambiato lavoro e qualcun altro ancora ha deciso di andare a vivere da solo.

I miei ultimi due anni sono stati complicati. Belli, sperimentali e avvincenti da un lato, frustranti, avvilenti e distruttivi dall’altro. Non sono un tipo impulsivo, per natura. Quindi non ho mai preso una decisione “così”, perlomeno su questioni serie, prima di due anni fa, quando ho deciso di lasciare il lavoro per andare a Londra. È stata un’esperienza fantastica: la sfida di vivere da sola, nella tua casa, di mantenerti con il tuo lavoro, da te lungamente cercato e… di sopravvivere. E di sentirti soddisfatta. L’eccitazione di arredare questa casetta, con tanti piccoli dettagli che la possano rendere sempre più tua, per giungere poi una notte, sdraiata nel letto, a pensare: “Ma io sono a casa mia!”.
Non vivevo da sola, è vero, ed è anche vero che ero ben consapevole che quella non sarebbe stata casa mia per sempre, ma io ci abitavo e questo comunque la rendeva mia. Io gestivo la mia camera, quindi il mio spazio, e poi insieme a Sara ci si occupava degli spazi comuni. E anche quello era bello, perché da una parte avevo uno spazio tutto mio da gestire a mio piacimento e dall’altro avevo degli spazi nei quali le decisioni dovevano essere prese insieme a un’altra persona. La sfida era doppia: da un lato imparare a capire chi ero io, quali erano i miei gusti e fare le mie scelte, e capire che, nonostante le difficoltà, ce la potevo fare. Dall’altro era riuscire a convivere seriamente con una persona con gusti, stili e abitudini potenzialmente diversi dai tuoi. Riuscire a capire fino a dove ti puoi spingere, capire i tuoi limiti e comprendere le idee dell’altro senza giudicarle necessariamente stupide, ma semplicemente “altro” dalle tue. Ed era bello, perché in questo modo avevo un lato di gestione autonomo, mio e solo mio, e un lato di gestione in comune con un’altra persona, con cui discutere, confrontarsi e anche riderci su (il nostro water è passato agli annali…).
Dopo quasi un anno a Londra, sono andata a vivere a Forlì per un master. Altri cinque mesi lontana da casa, i mesi decisivi, quelli che hanno distrutto il mio equilibrio. Se ne avevo uno.

Londra prima e Forlì poi mi hanno insegnato quanto sia diversificato il genere umano. A Londra trovi di tutto e le senti le differenze culturali, ma sono proprio quelle ad attirarti verso le persone e a sentire la necessità di parlare, di capire fino a dove si spinge la nostra diversità e di capire, infine, che si può anche andare d’accordo. Anzi, che si può addirittura stare bene. A Forlì ero circondata da gente da ogni parte d’Italia, con le sue abitudini, le sue tradizioni regionali e tutto un bagaglio di conoscenze e modi di fare così diversi dai miei, che quasi non si credeva di essere tutti italiani. Ognuno insegnava al gruppo qualcosa di nuovo, qualcosa di “suo”. E la mia mente, che si era già aperta molto a Londra, si è spalancata. Mi sentivo diversa, sentivo che c’era stato un click e che non avrei mai più potuto tornare indietro. Io ero sempre io, ma era come se fossi cambiata in meglio, come un update di un programma, che comunque, di fondo, rimane sempre quello.
Dopo le lezioni del master, a giugno e luglio ho fatto uno stage di sottotitolaggio di due mesi a Crema, con colleghi fantastici e facendo un lavoro per il quale ero davvero contenta di alzarmi la mattina.
Dopodiché due settimane di mare ad agosto e ora sono definitivamente a Milano. Non ho in programma di viaggiare ancora, anche se, date le circostanze, avrebbe più senso che me la viaggiassi adesso. Ma ora non mi va.

Ho ragionato tante e tante volte, forse troppe, su questi due anni e mi sono resa conto che ho subito diversi abbandoni. Scelti da me, sia chiaro, o comunque “indotti” da me (nel senso, so bene che “me la sono cercata”), ma sempre di abbandoni si tratta. Il problema è che si è trattato in ogni caso della rottura di un equilibrio. Prima mi costruisco una specie di vita a Londra e dopo quasi un anno decido (anche se avevo già deciso alla partenza) di ritornare a Milano, lasciando lì tutte le mie conoscenze fatte, le abitudini, tutto un modo di vivere. Poi sono andata a Forlì e dopo cinque mesi mi tocca abbandonare tutte le persone del mio gruppo del master. Perché era sì bello che si fosse tutti così diversi, in quanto provenienti da ogni parte d’Italia, ma a quelle parti si doveva poi far ritorno. Lo stage a Crema è stato leggermente diverso, perché non vivevo a Crema, ma dopo due mesi mi sembrava quasi che quello fosse il mio vero lavoro e doverlo abbandonare è stato molto triste. Anche dopo le due settimane di mare ho dovuto salutare della gente, ma fortunatamente non è  stata così tragica. Ma ripeto: c’è la rottura di un equilibrio mentale, prima ancora della separazione dalle persone che, se lo vuoi davvero, non puoi perdere solo per la distanza.

Ma si può essere capaci anche di indurre, seppur senza volerlo, una separazione. Basta concentrarsi su se stessi, prendersi del tempo e mettere un attimo da parte chi ci sta intorno. E allora è la fine.

Rieccomi, dopo quasi un anno, a scrivere di nuovo sul mio blog. Credevo che non ne avrei avuto più bisogno. Al momento mi sembrava di stare bene con me stessa e di non avere più bisogno di questo canale di comunicazione nella mia vita. Quante cose buffe ci riserva la vita, eh… Un momento prima credi di avere un assoluto bisogno di qualcosa (o di qualcuno) e quello dopo non ti serve più e lo butti via. Ma non è bene buttare via qualcosa se hai anche il minimo dubbio, perché potresti pentirtene, dopo poco o anche dopo tanto tempo. E allora sono cazzi tuoi.

Ma ora ho bisogno di scrivere. Non perché voglio necessariamente dei commenti da parte della gente, ma soprattutto per me. Ho notato che appena sono lasciata da sola è la fine, ma se mi metto a buttare giù i miei pensieri su un pezzo di carta sto già un pochino meglio. Perché li incanalo in una direzione, perché do loro un ordine, perché trovo una minima logica. Inoltre mi sono resa conto che non posso stressare troppo le persone che mi stanno intorno con i miei problemi o le mie seghe mentali, quindi ho preso una decisione: lo faccio sul blog (che alla fine non ho chiuso e ho fatto bene). Chi vuole mi legge, quando ha tempo e quando ha voglia, e magari commenta, in modo da – perché no? – aprire un dibattito. Chi non vuole, pazienza. Come siamo rimasti a passaggio a livello.

Con questo non voglio dire che scriverò sempre tutti i giorni, né so per quanto ancora avrò bisogno di questo blog. Magari una settimana, magari un mese, magari di più. Io credo che quanto più uno sta bene nella sua vita reale, tanto meno ha bisogno della vita virtuale. E con questo parlo del blog, ma anche di Facebook e altri social network, nonché di chat et similia.

Così è (se vi pare).

Quando Fabio, il 3 novembre, mi aveva inoltrato la mail del ritorno di Sebastian Bach in Italia, dopo che io, proprio uno o due giorni prima gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto tantissimo vedere l’ex cantante degli Skid Row dal vivo, quasi non volevo crederci. Sembrava quasi che l’avessi chiamato. Neanche a dirlo, ho preteso da Fabio – essendo io all’epoca ancora a Londra – che comprasse i biglietti nel più breve tempo possibile, per la paura, che tra l’altro ho per ogni concerto, che andasse sold out. Quando finalmente ho visto il biglietto tra le mani di Fabio (qui il suo report), ero eccitatissima, e, ogni volta che pensavo al giorno in cui l’avrei visto dal vivo, ero pazza di gioia.

Tuttavia, man mano che il giorno si avvicinava, sentivo crescere dentro di me un dubbio. Ok, Sebastian Bach è l’ex cantante degli Skid Row, ma da molti anni ormai ha la sua carriera solista, quindi è molto probabile che al concerto farà pochissime canzoni della sua ex band e quasi tutta roba sua. Anche Fabio era scettico, quindi, nelle due settimane immediatamente precedenti il 18 dicembre, mi ero messa il cuore in pace sul fatto che degli Skid Row avrei udito ben poco.

Arriva il 17 dicembre e le notizie meteorologiche non sono buone: per il giorno successivo era prevista neve, per tutto il giorno. Fabio mi aveva assicurato che sarebbe uscito un’oretta prima dal lavoro, ma che dovevo mettere in conto che se fosse nevicato tanto, non saremmo arrivati in tempo per prendere la prima fila, o peggio, non saremmo arrivati proprio. Il giorno dopo non nevica per tutta la mattina, e io mi sento un tantino sollevata. Ma arrivano le 16 e inizia a fioccare. E attacca per terra, cazzo se attacca! Mi sale l’ansia, già vedo il mio sogno di vedere Sebastian Bach da vicino svanire poco alla volta. Fabio esce poco prima dal lavoro, ma alle 7.30 è già a casa mia, per fortuna! Così, prendiamo la tangenziale e dopo poco l’autostrada A4 Milano-Venezia, che – sorpresa! – è semivuota!

Morale: alle 8 siamo già parcheggiati davanti al Live Club, mentre quest’ultimo non avrebbe aperto i cancelli prima delle 9.30! Beh, poco male, c’è qualche macchina con dentro gente che aspetta (intanto continua a nevicare), quindi pensiamo che possiamo anche aspettare in auto fino a che non avremmo visto altre macchine arrivare. Fabio inizia a mangiare quello che, poco prima, ci eravamo comprati in Autogrill (io avevo mangiato durante il viaggio), ma prima che finisse, vedo gente che inizia ad avvicinarsi a quella che sospettavo fosse l’entrata. Dico a Fabio:

“Beh, intanto che tu finisci vado a vedere se quella è l’entrata giusta e quanta gente c’è”.

Mi vesto, vado all’entrata, dove ci saranno state neanche una decina di persone, e la security apre le porte: “Prego, potete entrare”.

Io penso: “Come?? ‘Prego’?? Oh cazzo, Fabio non è ancora pronto, io non ho il biglietto con me, tutta questa gente si fregherà i posti in prima fila, cazzo cazzo cazzo…”

Prendo una decisione: corro verso la macchina (ben 4-5 metri di corsa), arraffo un biglietto e dico velocemente: “Stanno aprendo, io inizio ad andare, ci vediamo dentro!!” e torno verso l’entrata, preceduta da un gruppo di ragazzi.

“Ecco, ora tutti questi si fregheranno la transenna, uffa!”

Invece, dentro, sti tizi vengono attirati dalla piccola bancarellina che vendeva il merchandise, così io li frego e mi fiondo davanti alla transenna, in posizione centralissima, e – udite udite – non davanti alle casse!! Poco dopo mi raggiunge anche Fabio, che mi smonta subito dicendo:

“Vedi, tu nella fretta di andare, non hai pensato di lasciare il cappotto in macchina, come ho fatto io!”.

Damn it! E va beh, chissene, intanto ho la posizione centrale! Alla nostra destra avevamo la brutta copia di Nikki Sixx, che mi stava, per ovvi motivi, antipatico, mentre alla nostra sinistra c’erano un paio di ragazze. Dopo aver fatto, io una capatina al bagno e Fabio una capatina al bar, rimaniamo inchiodati alla transenna per le 3 ore successive, mentre il video che continuava ad andare a loop sul megaschermo sul palco ci faceva il lavaggio del cervello.

Alle 11, dopo essersi fatto attendere mezz’ora in più rispetto a quanto affermato sul sito, da vera primadonna, Sebastian Bach inizia il concerto. Devo ammetterlo: appena è salito sul palco ho avuto un attimo di batticuore, era bellissimo vederlo lì a poco più di due metri da me. Attacca con Back In The Saddle, cover degli Aerosmith dei 70s, e dopo, nientepopodimeno che Slave To The Grind, eseguita, tra l’altro, molto più veloce dell’originale. Seb armeggia con il microfono e lo fa volare in aria sopra la sua testa come fosse un lazo, mentre pratica headbanging. E ogni volta che l’ha rifatto ero un po’, come dire, in ansia: sia che gli arrivasse in testa sia che gli partisse in mezzo al pubblico (o peggio, davanti ai primi!).
E poi… sti cazzi! Alla faccia dei 40 anni! Ha un fisico da urlo e una presenza scenica formidabile! Per non parlare della voce: fa ancora di quegli acuti da paura, e non si rimane per niente delusi dall’esecuzione delle canzoni. Certamente non ha più la stessa voce di quando aveva 20 anni, ma ho sentito gente dal vivo che era un disastro, e magari non aveva nemmeno 40 anni!

 

Dopo attacca con Big Guns, prima canzone del primo album omonimo degli Skid Row, Live The Life, inedita e Here I Am, sempre dell’album Skid Row. Durante tutte queste canzoni, e forse anche con quella dopo, Stuck Inside, dall’album di Seb Angel Down del 2007, c’era una tizia fattissima che continuava a strusciarsi a tutti quelli in prima fila e che aveva deciso di starmi appiccicata alla schiena urlando e facendomi un male cane con il suo mega bracciale borchiato. Il punto era che, non solo faceva male a me e non mi faceva seguire il concerto, ma “uccideva” e disturbava tutti quelli che le stavano attorno, davanti dietro destra e sinistra! Di security davanti al palco neanche l’ombra (com’è che quando servono non ci sono mai e quando non li vuoi ti stanno davanti per tutto il concerto rovinando le foto???), poi dopo qualche minuto, per fortuna, arrivano un paio di buttafuori che, richiamati da me e dalla gente attorno, si fermano davanti a me e alla pazzoide e la scrutano dicendo: “Questa è fuori” o “Questa è fatta”, ma mica me la tolgono dai piedi! Poi, forse sentendosi minacciati da me e dalla gente incazzata nera per non riuscire a seguire il concerto, riescono a tirarla su e portarla via. Allucinante, non auguro a nessuno una del genere a un concerto, ti toglie entusiasmo e divertimento ma in compenso ti lascia pieno di lividi!

Successivamente Seb attacca con 18 And Life, che tutti cantano all’unisono, seguita da tre canzoni di Angel Down: American Metalhead, Stabbin’ Daggers e By Your Side, splendida canzone dedicata al padre di Bach, David Bierk, che egli ricorda con emozione mentre ci informa che fu proprio lui, in quanto pittore, a dipingere la copertina di Slave To The Grind, nonché di Angel Down. Una versione un po’ allungata di Monkey Business fa proseguire il concerto, anche grazie alla bravura del chitarrista solista Nick Sterling, diciannovenne con del talento da vendere, e, scopro da Wikipedia, che ha collaborato con parecchie band famose prima di Bach. Segue You Don’t Understand, dopo la quale la band fa la solita uscita di palco con ritorno per fare altre quattro canzoni, ovvero (Love Is) A Bitchslap di Angel DownTunnel Vision, inedita, ma le ultime due sono sicuramente più coinvolgenti: la bellissima I Remember You e la scatenatissima Youth Gone Wild, chiamata a gran voce dal pubblico dopo che Seb aveva chiesto con quale canzone dovessero chiudere il concerto e mostrando il suo famoso tatuaggio sul braccio destro con la scritta “Youth Gone Wild” (canzone durante la quale – finalmente! – Seb si slaccia la giacca e scopre un fisico, ripeto, a dir poco spettacolare per un rocker della sua età!).

Che finale, ragazzi, da lasciare tutti senza parole…

Dopo il concerto, al Live parte la musica in filodiffusione ma le luci non si accendono perché c’è dj set, ma io non mi schiodo dalla transenna fino a che, 10 minuti dopo, urlo a un tizio che stava rimettendo a posto l’attrezzatura di passarmi la scaletta che avevo visto essere proprio dove stava lui. La strappa (una cosa gli avevo chiesto, mica cento…), ma pazienza, l’importante è che sia nelle mie mani! 😀

Sono in estasi, è stato un concerto bellissimo, adrenalinico ed emozionante, Sebastian ha soddisfatto sia gli amanti degli Skid Row sia i suoi fan che lo apprezzano anche da solista, e ha divertito il pubblico parlando, facendo battute e cercando di dire anche qualche frase in italiano. Spero che ritornerà in Italia prima o poi, avrei voglia di vederlo un’altra volta sul palco! E magari aspettarlo fuori per fare una fotina insieme! 🙂

Posto un paio di video fatti da me al concerto: Monkey Business e Youth Gone Wild. La qualità non è bellissima, e il secondo è un po’ “mosso”, ma si tratta sempre di Youth Gone Wild, non si poteva stare fermi!! Anyway, se cercate su YouTube troverete anche la mia terza ripresa della serata, ovvero I Remember You! Rock on!!

 

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