Gli ultimi due anni sono stati molto intensi. Tanti cambiamenti, ma davvero tanti, e non solo nella mia vita, ma anche nelle vite delle persone (più o meno vicine) che mi stanno attorno. Tante coppie si sono sposate, altre hanno deciso di andare a convivere, tante altre ancora hanno avuto dei figli. Qualcuno si è laureato, qualcun altro ha cambiato lavoro e qualcun altro ancora ha deciso di andare a vivere da solo.

I miei ultimi due anni sono stati complicati. Belli, sperimentali e avvincenti da un lato, frustranti, avvilenti e distruttivi dall’altro. Non sono un tipo impulsivo, per natura. Quindi non ho mai preso una decisione “così”, perlomeno su questioni serie, prima di due anni fa, quando ho deciso di lasciare il lavoro per andare a Londra. È stata un’esperienza fantastica: la sfida di vivere da sola, nella tua casa, di mantenerti con il tuo lavoro, da te lungamente cercato e… di sopravvivere. E di sentirti soddisfatta. L’eccitazione di arredare questa casetta, con tanti piccoli dettagli che la possano rendere sempre più tua, per giungere poi una notte, sdraiata nel letto, a pensare: “Ma io sono a casa mia!”.
Non vivevo da sola, è vero, ed è anche vero che ero ben consapevole che quella non sarebbe stata casa mia per sempre, ma io ci abitavo e questo comunque la rendeva mia. Io gestivo la mia camera, quindi il mio spazio, e poi insieme a Sara ci si occupava degli spazi comuni. E anche quello era bello, perché da una parte avevo uno spazio tutto mio da gestire a mio piacimento e dall’altro avevo degli spazi nei quali le decisioni dovevano essere prese insieme a un’altra persona. La sfida era doppia: da un lato imparare a capire chi ero io, quali erano i miei gusti e fare le mie scelte, e capire che, nonostante le difficoltà, ce la potevo fare. Dall’altro era riuscire a convivere seriamente con una persona con gusti, stili e abitudini potenzialmente diversi dai tuoi. Riuscire a capire fino a dove ti puoi spingere, capire i tuoi limiti e comprendere le idee dell’altro senza giudicarle necessariamente stupide, ma semplicemente “altro” dalle tue. Ed era bello, perché in questo modo avevo un lato di gestione autonomo, mio e solo mio, e un lato di gestione in comune con un’altra persona, con cui discutere, confrontarsi e anche riderci su (il nostro water è passato agli annali…).
Dopo quasi un anno a Londra, sono andata a vivere a Forlì per un master. Altri cinque mesi lontana da casa, i mesi decisivi, quelli che hanno distrutto il mio equilibrio. Se ne avevo uno.

Londra prima e Forlì poi mi hanno insegnato quanto sia diversificato il genere umano. A Londra trovi di tutto e le senti le differenze culturali, ma sono proprio quelle ad attirarti verso le persone e a sentire la necessità di parlare, di capire fino a dove si spinge la nostra diversità e di capire, infine, che si può anche andare d’accordo. Anzi, che si può addirittura stare bene. A Forlì ero circondata da gente da ogni parte d’Italia, con le sue abitudini, le sue tradizioni regionali e tutto un bagaglio di conoscenze e modi di fare così diversi dai miei, che quasi non si credeva di essere tutti italiani. Ognuno insegnava al gruppo qualcosa di nuovo, qualcosa di “suo”. E la mia mente, che si era già aperta molto a Londra, si è spalancata. Mi sentivo diversa, sentivo che c’era stato un click e che non avrei mai più potuto tornare indietro. Io ero sempre io, ma era come se fossi cambiata in meglio, come un update di un programma, che comunque, di fondo, rimane sempre quello.
Dopo le lezioni del master, a giugno e luglio ho fatto uno stage di sottotitolaggio di due mesi a Crema, con colleghi fantastici e facendo un lavoro per il quale ero davvero contenta di alzarmi la mattina.
Dopodiché due settimane di mare ad agosto e ora sono definitivamente a Milano. Non ho in programma di viaggiare ancora, anche se, date le circostanze, avrebbe più senso che me la viaggiassi adesso. Ma ora non mi va.

Ho ragionato tante e tante volte, forse troppe, su questi due anni e mi sono resa conto che ho subito diversi abbandoni. Scelti da me, sia chiaro, o comunque “indotti” da me (nel senso, so bene che “me la sono cercata”), ma sempre di abbandoni si tratta. Il problema è che si è trattato in ogni caso della rottura di un equilibrio. Prima mi costruisco una specie di vita a Londra e dopo quasi un anno decido (anche se avevo già deciso alla partenza) di ritornare a Milano, lasciando lì tutte le mie conoscenze fatte, le abitudini, tutto un modo di vivere. Poi sono andata a Forlì e dopo cinque mesi mi tocca abbandonare tutte le persone del mio gruppo del master. Perché era sì bello che si fosse tutti così diversi, in quanto provenienti da ogni parte d’Italia, ma a quelle parti si doveva poi far ritorno. Lo stage a Crema è stato leggermente diverso, perché non vivevo a Crema, ma dopo due mesi mi sembrava quasi che quello fosse il mio vero lavoro e doverlo abbandonare è stato molto triste. Anche dopo le due settimane di mare ho dovuto salutare della gente, ma fortunatamente non è  stata così tragica. Ma ripeto: c’è la rottura di un equilibrio mentale, prima ancora della separazione dalle persone che, se lo vuoi davvero, non puoi perdere solo per la distanza.

Ma si può essere capaci anche di indurre, seppur senza volerlo, una separazione. Basta concentrarsi su se stessi, prendersi del tempo e mettere un attimo da parte chi ci sta intorno. E allora è la fine.

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