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È in momenti come questo che mi manca avere una persona al mio fianco. Un momento in cui sto affrontando un cambiamento importante nella mia vita e non so se è il caso di agire in un modo piuttosto che in un altro. Un momento come stasera, in cui arrivo a litigare con i miei genitori per questa scelta e non ho nessuno da cui rifugiarmi. Quel qualcuno che magari mi avrebbe consolato, asciugato le lacrime, consigliato e mi avrebbe supportato dicendo che lui ci sarebbe stato, qualunque cosa sarebbe accaduta.
Ma è in momenti come questo che si impara a vivere di nuovo, no?
Per qualche motivo (presumibilmente bassa autostima) ho sempre creduto che non mi sarei mai sposata. Forse non mi ritenevo abbastanza bella e solare da poter essere apprezzata (si tenga conto che ero adolescente quando lo pensavo). Poi c’è stata una pausa di sette anni in cui ho creduto che non sarebbe stato come avevo sempre pensato: mi piaceva stare in coppia, mi piaceva stare in quella coppia e credevo che sarebbe stato sempre così. Alla fine di quella “piccola” pausa, ho ripreso a credere di nuovo che sarei stata da sola nella mia vita. Sarà stata la delusione, sarà stata la tristezza del momento, ma per un attimo ho pensato: “Vedi, avevo ragione!”. Ora, non dico che sicuramente mi sposerò e che troverò l’uomo giusto, ma una cosa la so: io non sono fatta per stare da sola. Non mi piace stare da sola, e con sola intendo single. C’è gente a cui piace, perché in questo modo ha tutta la libertà che vuole: può fare quello che gli pare senza dare conto a nessuno, cambiare programmi all’ultimo, avere un/a partner diverso a ogni occasione. Ammetto che c’è stato un periodo della mia vita in cui mi piaceva quell’indipendenza che mi ero creata e che ero anche un po’ spaventata all’idea di “impegnarmi”, ma non è durato tanto. Non ho mai voluto mandare all’aria una storia per essere single. Infatti, in un momento come questo, in cui sono arrivata a domandarmi che cazzo ci faccio io al corso Alitalia, una persona al mio fianco mi ci vorrebbe proprio. È chiaro che poi alla fine la scelta la faccio sempre io, perché è la mia vita, ma è il supporto, la comprensione, i consigli di quella persona che mi mancano. Sì, mi manca stare in coppia, per questo e perché mi manca fare tutte quelle cose “da coppia”… Ne avevo già un po’ parlato all’inizio di questo post e poi in questo, tempo fa. Peccato che quelle volte avevo un ragazzo con cui mi divertivo un mondo a fare quelle cose da coppia e che mi mancava da matti.
Fino a qualche tempo fa sapevo cosa volevo e cosa (credevo) avrei avuto dalla vita. Sapevo che sarebbe stata dura trovare lavoro, che sarebbe stato difficile permettersi una casa e fare dei figli, ma una sicurezza ce l’avevo e credevo che sarebbe stata l’unica cosa che non sarebbe mai più cambiata, ovvero la mia vita sentimentale. Non sapevo come sarebbe stato il mio futuro, ma una cosa l’avevo trovata e mi bastava: la persona giusta. Certamente il resto, seppur ignoto, mi spaventava, ma non così tanto come ora. Adesso mi ritrovo a 25 anni senza sapere se farò mai il lavoro della mia vita, senza sapere se potrò mai andarmene di casa (come me lo permetto da sola un affitto? per non parlare di un mutuo…), con una vita sociale già striminzita e senza il ragazzo giusto. Bella merda.
Io non sono una di quelle persone che, in generale o dopo la fine di una storia, si butta subito in un’altra, della serie “chiodo scaccia chiodo”, e nemmeno in relazioni usa e getta (gli affairs). Non ne vale la pena, perché in realtà sono solo reazioni dovute a qualcos’altro, a qualcosa dentro di noi. Io credo non sia sintomo di stabilità emotiva passare da una relazione all’altra, e il buttarsi subito in una storia poco dopo la fine di un’altra significa che non si riesce a stare da soli. Quindi, piuttosto che stare da soli, condizione che porta inevitabilmente a trascorrere diverso tempo con il proprio cervello, ci si mette col primo o con la prima che vagamente sembra interessante. E poi è chiaro che la maggior parte di queste relazioni finisce, ma per forza! Io non metto in dubbio che quella di non impegnarsi e “divertirsi” possa essere una reazione legittima. Ma non può andare avanti per molto: prima o poi ti stuferai di quella vita. E se non ti stufi, e vai avanti mesi, un anno, o più anni facendo così, vuol dire che non hai ancora raggiunto la completa maturità, altrimenti dopo un po’ ti accorgeresti da solo che così non può continuare e che quella è solo una sciocca reazione adolescenziale. Io al momento sono single, e anche abbastanza sola. Ma non ho l’ansia di trovarmi subito un fidanzato, né di andare con ragazzi a caso una sera sì e una no. Oh sì, diventerei una donna “mangiatrice di uomini” che usa gli uomini e poi li butta. C’mon… Sarei solo una donna fragile e disperata che piuttosto di stare da sola e trovare così la propria dimensione, la dà a mezzo mondo.
Tuttavia, mi sembra doveroso, a questo punto, mettere in chiaro una cosa. Se sei single e stai cercando il tuo equilibrio, certamente non puoi buttarti nella prima storia che capita, ma se c’è una persona che credi possa andare bene e che senti ti dispiacerebbe perdere, allora dagliela questa possibilità. Al massimo non funzionerà. Ma almeno ci avrai provato. È il solito rimpianto del post precedente. Io al momento non sono alla ricerca della storia perfetta, ma se incontrassi una persona che mi fa star bene e che sento che, a causa della mia paura d’impegnarmi e di mettermi in gioco, potrei perdere, allora non lo lascerei andare via. Al massimo poi mi sarò sbagliata, ma io almeno ci avrò provato. Anche perché, se lo lasciassi andare via e dopo qualche tempo mi accorgessi che lui mi manca, cosa faccio? O se inizio a pensare: “Ma… chissà come sarebbe andata se ci avessi provato”?
Non potrei dare la colpa se non a me stessa.
Una persona dotata di un minimo d’intelligenza dovrebbe capire quando è il caso di fermarsi. Diciamo che dovrebbe capire fino a dove si può spingere in una data situazione e quando, invece, è il caso di dire basta. Vero è che quando ci sono di mezzo i sentimenti, tutto questo se ne va un po’ a farsi friggere. Una persona può essere intelligente e furba, e capire, col cervello, che una data azione non va fatta, ma se ha dei sentimenti profondi, il cuore solitamente la vince.
Dicono che bisogna provarci, dicono che solo quando avrai dato il massimo e ci avrai provato con tutte le tue forze e in tutti i modi possibili, solo allora, potrai arrenderti. Qualcun altro dice che non bisogna mai arrendersi: se vuoi una cosa, sforzati, dai il massimo e vedrai che prima o poi la otterrai. Ma non devi mai smettere di crederci.
Io non lo so. Credo che potrei anche essere d’accordo con la seconda teoria, ma non totalmente. È possibile avere un sogno, crederci e fare il possibile perché si avveri, ma spesso e volentieri bisogna fare i conti con la realtà. L’uomo è sì artefice del proprio destino, ma fino a un certo punto. Io l’elemento casualità (che qualcuno chiama anche destino) ce lo metterei. Io posso sbattermi quanto voglio, ma non sempre i miei sforzi saranno sufficienti.
Ho degli amici che, diversi anni fa, avevano il sogno di fare i musicisti nella loro vita, as a living. Ma non è sempre possibile, soprattutto se devi tirare a campare. Ma non è solo quello, diciamoci la verità. Io credo che se loro avessero avuto solo quello come sogno, avrebbero anche potuto realizzarlo. Sicuramente ci sarebbe stata tanta gavetta da fare: concerti non retribuiti, sbattimenti per trovare i locali, anche in giro per il mondo, zero o minima vita sociale, zero sicurezza ed equilibrio. All’inizio non sarebbe stata facile, e chissà, magari non sarebbero nemmeno mai diventati i nuovi Metallica, ma magari avrebbero vissuto girando per il mondo facendo dei concertini e guadagnando il minimo per vivere. Non avrebbero fatto le rockstar super pagate, ma almeno avrebbero fatto quello che volevano nella vita. Il problema – che in realtà problema non è, se ci si pensa – è che, oltre al sogno della vita da rockstar, c’erano altri sogni, altre passioni: per qualcuno la fotografia, per qualcun altro la carta stampata, per qualcun altro ancora la carta ancora da stampare. E tutti erano accomunati da un altro grande sogno, quello della famiglia. Tutti erano felicemente fidanzati e nella loro testa l’idea del matrimonio o comunque della vita di coppia ce l’avevano (un paio di loro si sono anche sposati, alla fine). Eh no, se vuoi avere una famiglia (e quella famiglia godertela e vivertela fino in fondo), la vita da rockstar te la devi scordare. Al massimo tieni la musica come una passione, ma non la fai diventare ciò attorno cui la tua vita ruota. Ma è ok, se lo vuoi veramente, perché non la rimpiangerai. Se hai la grande e unica passione della musica, provaci e fai il musicista nella vita (ho un’amica che lo fa: guadagna poco, ma le piace e vuole fare quello), se invece hai anche altri progetti, fai quello che ti piace di più. Fai una scelta, portala avanti e non avere rimpianti. Ma la scelta la devi fare dopo aver ragionato seriamente, dopo lunghe riflessioni e dopo aver capito che quel rimpianto non ce l’avrai mai nella tua vita, perché hai fatto la scelta giusta e sei felice così.
Bisogna dirlo: è frustrante quando uno ce la mette tutta e non ce la fa. Rimani confuso tanto tempo, in preda ai sensi di colpa, perché sai che per colpa della tua indecisione qualcun altro sta soffrendo, ma al contempo non ci puoi fare niente, perché se prendessi una decisione in quel momento sai bene che potrebbe non essere la decisione giusta. Così vai avanti, rifletti, pensi, pensi talmente tanto da farti venire il mal di testa certe sere… passano le settimane, forse i mesi e tu sei ancora confuso. Sai che la decisione potrebbe essere quella, ma hai paura a dirlo ad alta voce. Paura di soffrire ancora, paura di far soffrire ancora. Paura di quel rimpianto. Quando arrivi al punto da pensare che la nebbia nella testa non si dissolverà mai, ecco che esce il sole. Così, all’improvviso, senza preavviso. Certo, le riflessioni sono servite, e anche le ore passate a disperarti perché ti sentivi stupido a non capire. Insomma, lo capisci e sai che a questo punto vuoi fare di tutto per ottenerlo. E così ci provi, all’inizio con furia e disperazione, perché dopo tutto quel tempo hai voglia di raggiungere lo scopo immediatamente, senza passare dal via. Ma è un percorso complicato, con delle buche e il terreno sconnesso, che deve essere percorso con calma. Così ti armi di pazienza, calma e determinazione. “Che m’importa quanto ci metterò. Io lo voglio. E cazzo, ora che l’ho capito non me lo lascio scappare”. Oltretutto se ami davvero qualcosa, sai aspettare. Le conquiste più belle sono quelle ottenute con fatica, mi dice sempre un’amica. Così vai avanti, superi diversi ostacoli e ti sembra quasi d’intravedere la scritta “Arrivo”, quando qualcuno ti fa cadere. E ti fa capire che è inutile provarci ancora, che è una causa persa e che sei stato un illuso se credevi davvero di riuscirci.
E a quel punto che fai? Rinunci?
La risposta non sarebbe difficile: ci hai provato e hai fallito tante volte. Piangevi ogni volta che cadevi, ma ogni volta ti rialzavi dicendo che lo volevi e che non te ne fregava niente di metterci una vita. Ma poi all’ennesima volta no. All’ennesima volta, con la morte nel cuore, capisci che forse devi smetterla di provarci, e che oltretutto qualcuno è anche infastidito da questo continuo provare, perché intralci il suo cammino. “Me ne sto lontana, non ti do fastidio, prometto”. No, te ne devi andare.
Probabilmente la risposta giusta è che alla fine dovrai arrenderti. All’inizio sarà difficile accettare la sconfitta, ma una persona intelligente e matura li capisce i propri limiti, no? Forse ciò che credi di volere adesso è solo qualcosa di illusorio, che credi di volere, ma in realtà non è quello che vuoi davvero per la tua vita. Ti sei sbagliato, e se magari inizi a guardare anche altrove lo trovi quello che davvero vuoi. Ci hai provato a fare la rockstar, ma forse non è quella la vita che fa per te.
I più sognatori potrebbero dire che semplicemente non è il momento giusto. Se quello è davvero ciò che ritieni giusto per te stesso, allora quella è la strada giusta, perché qualunque altra strada prenderai ti sembrerà senza senso. E allora tornerai al tuo primo desiderio, taglierai il traguardo e raggiungerai quell’unico posto che ti fa davvero sentire a casa.
Gli ultimi due anni sono stati molto intensi. Tanti cambiamenti, ma davvero tanti, e non solo nella mia vita, ma anche nelle vite delle persone (più o meno vicine) che mi stanno attorno. Tante coppie si sono sposate, altre hanno deciso di andare a convivere, tante altre ancora hanno avuto dei figli. Qualcuno si è laureato, qualcun altro ha cambiato lavoro e qualcun altro ancora ha deciso di andare a vivere da solo.
I miei ultimi due anni sono stati complicati. Belli, sperimentali e avvincenti da un lato, frustranti, avvilenti e distruttivi dall’altro. Non sono un tipo impulsivo, per natura. Quindi non ho mai preso una decisione “così”, perlomeno su questioni serie, prima di due anni fa, quando ho deciso di lasciare il lavoro per andare a Londra. È stata un’esperienza fantastica: la sfida di vivere da sola, nella tua casa, di mantenerti con il tuo lavoro, da te lungamente cercato e… di sopravvivere. E di sentirti soddisfatta. L’eccitazione di arredare questa casetta, con tanti piccoli dettagli che la possano rendere sempre più tua, per giungere poi una notte, sdraiata nel letto, a pensare: “Ma io sono a casa mia!”.
Non vivevo da sola, è vero, ed è anche vero che ero ben consapevole che quella non sarebbe stata casa mia per sempre, ma io ci abitavo e questo comunque la rendeva mia. Io gestivo la mia camera, quindi il mio spazio, e poi insieme a Sara ci si occupava degli spazi comuni. E anche quello era bello, perché da una parte avevo uno spazio tutto mio da gestire a mio piacimento e dall’altro avevo degli spazi nei quali le decisioni dovevano essere prese insieme a un’altra persona. La sfida era doppia: da un lato imparare a capire chi ero io, quali erano i miei gusti e fare le mie scelte, e capire che, nonostante le difficoltà, ce la potevo fare. Dall’altro era riuscire a convivere seriamente con una persona con gusti, stili e abitudini potenzialmente diversi dai tuoi. Riuscire a capire fino a dove ti puoi spingere, capire i tuoi limiti e comprendere le idee dell’altro senza giudicarle necessariamente stupide, ma semplicemente “altro” dalle tue. Ed era bello, perché in questo modo avevo un lato di gestione autonomo, mio e solo mio, e un lato di gestione in comune con un’altra persona, con cui discutere, confrontarsi e anche riderci su (il nostro water è passato agli annali…).
Dopo quasi un anno a Londra, sono andata a vivere a Forlì per un master. Altri cinque mesi lontana da casa, i mesi decisivi, quelli che hanno distrutto il mio equilibrio. Se ne avevo uno.
Londra prima e Forlì poi mi hanno insegnato quanto sia diversificato il genere umano. A Londra trovi di tutto e le senti le differenze culturali, ma sono proprio quelle ad attirarti verso le persone e a sentire la necessità di parlare, di capire fino a dove si spinge la nostra diversità e di capire, infine, che si può anche andare d’accordo. Anzi, che si può addirittura stare bene. A Forlì ero circondata da gente da ogni parte d’Italia, con le sue abitudini, le sue tradizioni regionali e tutto un bagaglio di conoscenze e modi di fare così diversi dai miei, che quasi non si credeva di essere tutti italiani. Ognuno insegnava al gruppo qualcosa di nuovo, qualcosa di “suo”. E la mia mente, che si era già aperta molto a Londra, si è spalancata. Mi sentivo diversa, sentivo che c’era stato un click e che non avrei mai più potuto tornare indietro. Io ero sempre io, ma era come se fossi cambiata in meglio, come un update di un programma, che comunque, di fondo, rimane sempre quello.
Dopo le lezioni del master, a giugno e luglio ho fatto uno stage di sottotitolaggio di due mesi a Crema, con colleghi fantastici e facendo un lavoro per il quale ero davvero contenta di alzarmi la mattina.
Dopodiché due settimane di mare ad agosto e ora sono definitivamente a Milano. Non ho in programma di viaggiare ancora, anche se, date le circostanze, avrebbe più senso che me la viaggiassi adesso. Ma ora non mi va.
Ho ragionato tante e tante volte, forse troppe, su questi due anni e mi sono resa conto che ho subito diversi abbandoni. Scelti da me, sia chiaro, o comunque “indotti” da me (nel senso, so bene che “me la sono cercata”), ma sempre di abbandoni si tratta. Il problema è che si è trattato in ogni caso della rottura di un equilibrio. Prima mi costruisco una specie di vita a Londra e dopo quasi un anno decido (anche se avevo già deciso alla partenza) di ritornare a Milano, lasciando lì tutte le mie conoscenze fatte, le abitudini, tutto un modo di vivere. Poi sono andata a Forlì e dopo cinque mesi mi tocca abbandonare tutte le persone del mio gruppo del master. Perché era sì bello che si fosse tutti così diversi, in quanto provenienti da ogni parte d’Italia, ma a quelle parti si doveva poi far ritorno. Lo stage a Crema è stato leggermente diverso, perché non vivevo a Crema, ma dopo due mesi mi sembrava quasi che quello fosse il mio vero lavoro e doverlo abbandonare è stato molto triste. Anche dopo le due settimane di mare ho dovuto salutare della gente, ma fortunatamente non è stata così tragica. Ma ripeto: c’è la rottura di un equilibrio mentale, prima ancora della separazione dalle persone che, se lo vuoi davvero, non puoi perdere solo per la distanza.
Ma si può essere capaci anche di indurre, seppur senza volerlo, una separazione. Basta concentrarsi su se stessi, prendersi del tempo e mettere un attimo da parte chi ci sta intorno. E allora è la fine.
Rieccomi, dopo quasi un anno, a scrivere di nuovo sul mio blog. Credevo che non ne avrei avuto più bisogno. Al momento mi sembrava di stare bene con me stessa e di non avere più bisogno di questo canale di comunicazione nella mia vita. Quante cose buffe ci riserva la vita, eh… Un momento prima credi di avere un assoluto bisogno di qualcosa (o di qualcuno) e quello dopo non ti serve più e lo butti via. Ma non è bene buttare via qualcosa se hai anche il minimo dubbio, perché potresti pentirtene, dopo poco o anche dopo tanto tempo. E allora sono cazzi tuoi.
Ma ora ho bisogno di scrivere. Non perché voglio necessariamente dei commenti da parte della gente, ma soprattutto per me. Ho notato che appena sono lasciata da sola è la fine, ma se mi metto a buttare giù i miei pensieri su un pezzo di carta sto già un pochino meglio. Perché li incanalo in una direzione, perché do loro un ordine, perché trovo una minima logica. Inoltre mi sono resa conto che non posso stressare troppo le persone che mi stanno intorno con i miei problemi o le mie seghe mentali, quindi ho preso una decisione: lo faccio sul blog (che alla fine non ho chiuso e ho fatto bene). Chi vuole mi legge, quando ha tempo e quando ha voglia, e magari commenta, in modo da – perché no? – aprire un dibattito. Chi non vuole, pazienza. Come siamo rimasti a passaggio a livello.
Con questo non voglio dire che scriverò sempre tutti i giorni, né so per quanto ancora avrò bisogno di questo blog. Magari una settimana, magari un mese, magari di più. Io credo che quanto più uno sta bene nella sua vita reale, tanto meno ha bisogno della vita virtuale. E con questo parlo del blog, ma anche di Facebook e altri social network, nonché di chat et similia.
Così è (se vi pare).

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