Quando Fabio, il 3 novembre, mi aveva inoltrato la mail del ritorno di Sebastian Bach in Italia, dopo che io, proprio uno o due giorni prima gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto tantissimo vedere l’ex cantante degli Skid Row dal vivo, quasi non volevo crederci. Sembrava quasi che l’avessi chiamato. Neanche a dirlo, ho preteso da Fabio – essendo io all’epoca ancora a Londra – che comprasse i biglietti nel più breve tempo possibile, per la paura, che tra l’altro ho per ogni concerto, che andasse sold out. Quando finalmente ho visto il biglietto tra le mani di Fabio (qui il suo report), ero eccitatissima, e, ogni volta che pensavo al giorno in cui l’avrei visto dal vivo, ero pazza di gioia.

Tuttavia, man mano che il giorno si avvicinava, sentivo crescere dentro di me un dubbio. Ok, Sebastian Bach è l’ex cantante degli Skid Row, ma da molti anni ormai ha la sua carriera solista, quindi è molto probabile che al concerto farà pochissime canzoni della sua ex band e quasi tutta roba sua. Anche Fabio era scettico, quindi, nelle due settimane immediatamente precedenti il 18 dicembre, mi ero messa il cuore in pace sul fatto che degli Skid Row avrei udito ben poco.

Arriva il 17 dicembre e le notizie meteorologiche non sono buone: per il giorno successivo era prevista neve, per tutto il giorno. Fabio mi aveva assicurato che sarebbe uscito un’oretta prima dal lavoro, ma che dovevo mettere in conto che se fosse nevicato tanto, non saremmo arrivati in tempo per prendere la prima fila, o peggio, non saremmo arrivati proprio. Il giorno dopo non nevica per tutta la mattina, e io mi sento un tantino sollevata. Ma arrivano le 16 e inizia a fioccare. E attacca per terra, cazzo se attacca! Mi sale l’ansia, già vedo il mio sogno di vedere Sebastian Bach da vicino svanire poco alla volta. Fabio esce poco prima dal lavoro, ma alle 7.30 è già a casa mia, per fortuna! Così, prendiamo la tangenziale e dopo poco l’autostrada A4 Milano-Venezia, che – sorpresa! – è semivuota!

Morale: alle 8 siamo già parcheggiati davanti al Live Club, mentre quest’ultimo non avrebbe aperto i cancelli prima delle 9.30! Beh, poco male, c’è qualche macchina con dentro gente che aspetta (intanto continua a nevicare), quindi pensiamo che possiamo anche aspettare in auto fino a che non avremmo visto altre macchine arrivare. Fabio inizia a mangiare quello che, poco prima, ci eravamo comprati in Autogrill (io avevo mangiato durante il viaggio), ma prima che finisse, vedo gente che inizia ad avvicinarsi a quella che sospettavo fosse l’entrata. Dico a Fabio:

“Beh, intanto che tu finisci vado a vedere se quella è l’entrata giusta e quanta gente c’è”.

Mi vesto, vado all’entrata, dove ci saranno state neanche una decina di persone, e la security apre le porte: “Prego, potete entrare”.

Io penso: “Come?? ‘Prego’?? Oh cazzo, Fabio non è ancora pronto, io non ho il biglietto con me, tutta questa gente si fregherà i posti in prima fila, cazzo cazzo cazzo…”

Prendo una decisione: corro verso la macchina (ben 4-5 metri di corsa), arraffo un biglietto e dico velocemente: “Stanno aprendo, io inizio ad andare, ci vediamo dentro!!” e torno verso l’entrata, preceduta da un gruppo di ragazzi.

“Ecco, ora tutti questi si fregheranno la transenna, uffa!”

Invece, dentro, sti tizi vengono attirati dalla piccola bancarellina che vendeva il merchandise, così io li frego e mi fiondo davanti alla transenna, in posizione centralissima, e – udite udite – non davanti alle casse!! Poco dopo mi raggiunge anche Fabio, che mi smonta subito dicendo:

“Vedi, tu nella fretta di andare, non hai pensato di lasciare il cappotto in macchina, come ho fatto io!”.

Damn it! E va beh, chissene, intanto ho la posizione centrale! Alla nostra destra avevamo la brutta copia di Nikki Sixx, che mi stava, per ovvi motivi, antipatico, mentre alla nostra sinistra c’erano un paio di ragazze. Dopo aver fatto, io una capatina al bagno e Fabio una capatina al bar, rimaniamo inchiodati alla transenna per le 3 ore successive, mentre il video che continuava ad andare a loop sul megaschermo sul palco ci faceva il lavaggio del cervello.

Alle 11, dopo essersi fatto attendere mezz’ora in più rispetto a quanto affermato sul sito, da vera primadonna, Sebastian Bach inizia il concerto. Devo ammetterlo: appena è salito sul palco ho avuto un attimo di batticuore, era bellissimo vederlo lì a poco più di due metri da me. Attacca con Back In The Saddle, cover degli Aerosmith dei 70s, e dopo, nientepopodimeno che Slave To The Grind, eseguita, tra l’altro, molto più veloce dell’originale. Seb armeggia con il microfono e lo fa volare in aria sopra la sua testa come fosse un lazo, mentre pratica headbanging. E ogni volta che l’ha rifatto ero un po’, come dire, in ansia: sia che gli arrivasse in testa sia che gli partisse in mezzo al pubblico (o peggio, davanti ai primi!).
E poi… sti cazzi! Alla faccia dei 40 anni! Ha un fisico da urlo e una presenza scenica formidabile! Per non parlare della voce: fa ancora di quegli acuti da paura, e non si rimane per niente delusi dall’esecuzione delle canzoni. Certamente non ha più la stessa voce di quando aveva 20 anni, ma ho sentito gente dal vivo che era un disastro, e magari non aveva nemmeno 40 anni!

 

Dopo attacca con Big Guns, prima canzone del primo album omonimo degli Skid Row, Live The Life, inedita e Here I Am, sempre dell’album Skid Row. Durante tutte queste canzoni, e forse anche con quella dopo, Stuck Inside, dall’album di Seb Angel Down del 2007, c’era una tizia fattissima che continuava a strusciarsi a tutti quelli in prima fila e che aveva deciso di starmi appiccicata alla schiena urlando e facendomi un male cane con il suo mega bracciale borchiato. Il punto era che, non solo faceva male a me e non mi faceva seguire il concerto, ma “uccideva” e disturbava tutti quelli che le stavano attorno, davanti dietro destra e sinistra! Di security davanti al palco neanche l’ombra (com’è che quando servono non ci sono mai e quando non li vuoi ti stanno davanti per tutto il concerto rovinando le foto???), poi dopo qualche minuto, per fortuna, arrivano un paio di buttafuori che, richiamati da me e dalla gente attorno, si fermano davanti a me e alla pazzoide e la scrutano dicendo: “Questa è fuori” o “Questa è fatta”, ma mica me la tolgono dai piedi! Poi, forse sentendosi minacciati da me e dalla gente incazzata nera per non riuscire a seguire il concerto, riescono a tirarla su e portarla via. Allucinante, non auguro a nessuno una del genere a un concerto, ti toglie entusiasmo e divertimento ma in compenso ti lascia pieno di lividi!

Successivamente Seb attacca con 18 And Life, che tutti cantano all’unisono, seguita da tre canzoni di Angel Down: American Metalhead, Stabbin’ Daggers e By Your Side, splendida canzone dedicata al padre di Bach, David Bierk, che egli ricorda con emozione mentre ci informa che fu proprio lui, in quanto pittore, a dipingere la copertina di Slave To The Grind, nonché di Angel Down. Una versione un po’ allungata di Monkey Business fa proseguire il concerto, anche grazie alla bravura del chitarrista solista Nick Sterling, diciannovenne con del talento da vendere, e, scopro da Wikipedia, che ha collaborato con parecchie band famose prima di Bach. Segue You Don’t Understand, dopo la quale la band fa la solita uscita di palco con ritorno per fare altre quattro canzoni, ovvero (Love Is) A Bitchslap di Angel DownTunnel Vision, inedita, ma le ultime due sono sicuramente più coinvolgenti: la bellissima I Remember You e la scatenatissima Youth Gone Wild, chiamata a gran voce dal pubblico dopo che Seb aveva chiesto con quale canzone dovessero chiudere il concerto e mostrando il suo famoso tatuaggio sul braccio destro con la scritta “Youth Gone Wild” (canzone durante la quale – finalmente! – Seb si slaccia la giacca e scopre un fisico, ripeto, a dir poco spettacolare per un rocker della sua età!).

Che finale, ragazzi, da lasciare tutti senza parole…

Dopo il concerto, al Live parte la musica in filodiffusione ma le luci non si accendono perché c’è dj set, ma io non mi schiodo dalla transenna fino a che, 10 minuti dopo, urlo a un tizio che stava rimettendo a posto l’attrezzatura di passarmi la scaletta che avevo visto essere proprio dove stava lui. La strappa (una cosa gli avevo chiesto, mica cento…), ma pazienza, l’importante è che sia nelle mie mani! :D

Sono in estasi, è stato un concerto bellissimo, adrenalinico ed emozionante, Sebastian ha soddisfatto sia gli amanti degli Skid Row sia i suoi fan che lo apprezzano anche da solista, e ha divertito il pubblico parlando, facendo battute e cercando di dire anche qualche frase in italiano. Spero che ritornerà in Italia prima o poi, avrei voglia di vederlo un’altra volta sul palco! E magari aspettarlo fuori per fare una fotina insieme! :)

Posto un paio di video fatti da me al concerto: Monkey Business e Youth Gone Wild. La qualità non è bellissima, e il secondo è un po’ “mosso”, ma si tratta sempre di Youth Gone Wild, non si poteva stare fermi!! Anyway, se cercate su YouTube troverete anche la mia terza ripresa della serata, ovvero I Remember You! Rock on!!

 

L’8 dicembre, invece, è stata la volta dei Paradise Lost, band di cui, in realtà, mi piace davvero solo un album, One Second, ma che ero comunque impaziente di vedere, tanto che, durante le settimane prima del concerto, continuavo a rompere Fabio dicendogli che era tardi, che dovevamo comprare i biglietti, ecc ecc… Non credo proprio sia andato sold out.

Il concerto era ai Magazzini Generali, dove né io né Fabio eravamo mai stati, ma che non abbiamo fatto fatica a trovare (notare come mi do meriti che non ho assolutamente). C’era un pochino di gente ma non tantissima, in ogni caso abbiamo cercato di non lasciare troppo spazio tra noi e quelli davanti, tanto più che a un certo punto arrivano una madre (orribile) con un figlio teenager (anch’egli orribile), saltano bellamente tutta la fila e  si mettono davanti. Nessuno ha detto loro niente, nemmeno quelli che erano davantissimo. Tra l’altro, mi ricordavano tantissimo la pazza, la mia vicina di casa, col figlio: stessa faccia un po’ cattiva e sguardo folle. Quindi non ho osato dire niente per paura di reazioni esagerate.

Davanti a noi ci saranno state una ventina di persone, infatti non credevamo che saremmo riusciti a prendere la prima fila, ma quando hanno aperto la porta, la security ha detto che chi doveva comprare i biglietti doveva spostarsi alla porta a fianco (avvertire prima, no?), mentre la gente che aveva già il biglietto (come noi) poteva iniziare a passare. Così, con questa botta di culo, abbiamo saltato un po’ di gente, e, correndo, abbiamo guadagnato non uno, ma due posti in prima fila, anche se davanti alle casse (la sfiga che mi perseguita dal Gods Of Metal) ! ;) Nonostante l’attesa al freddo e al gelo e quella di due ore prima dei Paradise Lost, non ho avuto il coraggio di andare in bagno, perché dopo poco la gente ha cominciato ad accalcarsi dietro di me e non volevo mi rubassero il posto. Il ragionamento è stato: “Se al Gods Of Metal quest’anno l’ho trattenuta per 13 ore, posso trattenerla due o tre ore!”. E così ho fatto.

Prima dei Paradise Lost, hanno suonato i Samael, band svizzera la cui musica non mi piaceva per niente. Le canzoni mi sembravano tutte uguali, e poi, in generale, non mi piaceva il genere.

Dopo poco, per fortuna, hanno iniziato i Paradise Lost. Hanno fatto 5 canzoni dall’ultimo album, Faith Divides Us – Death Unites Us, e solo due dall’album che piaceva a me… ma quando le hanno fatte, il pubblico è andato in delirio! A metà concerto circa hanno fatto One Second, la bellissima title track, e – rullo di tamburi – come ultima canzone c’è stata Say Just Words!!! Quest’ultima è una delle mie canzoni preferite in assoluto; mi è piaciuta dalla prima volta che l’ho sentita, che, ad esser sinceri, è stata quando gli Elevation l’hanno coverizzata durante un concerto ad Abbiategrasso nel 2005. Quando poi l’ho sentita sull’album, fatta dai veri autori, è stato subito amore.

Purtroppo non sono riuscita a recuperare neanche un plettrino o una scaletta, perché lo stupido roadie a cui l’avevo chiesta l’ha data a un altro tizio. In compenso, ho trovato per terra un plettro dei Samael, che Fabio mi ha chiesto di dargli dopo che io avevo ipotizzato di bruciarlo.

Per compensare, quindi, mi sono comprata una bella magliettina nera con un bel logo e il titolo dell’ultimo album! :)

PS anche qui, per un report più dettagliato, vi linko il blog di dK!

Non ho fatto neanche in tempo a tornare da Londra che il giorno dopo, il 2 dicembre, ero già fuori casa, con Fabio e Fra, a vedere la grunge band che più mi piace, gli Alice In Chains. Dovevano suonare all’Alcatraz, ma poi è stato spostato al Palalido, più capiente, ed è stato molto meglio perché il concerto era sold out. Forse non si aspettavano che così tanti fan sarebbero accorsi, dato che il cantante – ahimé – non è più lo stesso. Anch’io ero una di quelle che non ci voleva andare perché “senza la voce di Layne le canzoni non sarebbero state belle allo stesso modo”, ma poi Fabio mi ha convinto, perché in effetti la voce del nuovo cantante William Duvall è simile a quella di Staley e poi c’è il chitarrista nonché autore di quasi tutti i pezzi degli AIC, Jerry Cantrell, a fare i classici cori che faceva anche con Staley.

Io e Fabio siamo arrivati un po’ prima che aprissero i cancelli, infatti abbiamo dovuto aspettare al freddo dietro un gruppo di ragazze che “faceva capo” a una tizia dall’aria antipatica che continuava a tirarsela sul fatto che sapesse tutto degli AIC e soprattutto di Jerry Cantrell, che lei aveva seguito anche quando quest’ultimo aveva intrapreso la carriera solista (che, tra l’altro, credo continui parallelamente agli AIC), che sapeva questo, e questo… bla bla bla… Dentro, abbiamo preso dei posti abbastanza buoni, sui sedili opposti al palco, anche se non centratissi, ma devo ammettere che vedevamo tutto benissimo.

Hanno fatto pezzi nuovi, tratti dall’ultimo album Black Gives Way To Blue, ma anche molti pezzi vecchi. Infatti, la band ha suonato 2 ore buone, non essendoci, peraltro, nessun special guest a suonare con loro. La parte che mi è piaciuta di più è stata l’intermezzo unplugged, in cui hanno fatto Down In A Hole, durante la quale mi sono veramente commossa e mi stavo per mettere a piangere, No Excuses e la title track Black Gives Way To Blue, al termine della quale è apparsa, sullo schermo dietro al palco, un’istantanea di Layne Staley, seguita da un applauso lunghissimo e commosso da parte di tutto il Palalido. Mi sarebbe piaciuto che facessero Nutshell, la canzone che amo di più degli AIC, nonché forse una delle canzoni più tristi che abbia mai sentito in vita mia, invece no… :(

Chissà, magari un’altra volta, nel frattempo mi accontento di questo bellissimo ed emozionante concerto!

PS per un report più dettagliato, vai al blog di dK.

Oggi ho ricevuto una mail dall’università di Forlì. Avevo paura ad aprirla perché pensavo che mi avessero “addirittura” inviato i risultati del test via mail! E invece…

“… contrariamente a quanto vi avevamo preannunciato durante dell’esame di ammissione, le graduatorie non sono state ancora pubblicate a causa di uno slittamento in fase di approvazione. Ulteriori comunicazioni si rinviano dunque a dopo Natale, con ogni probabilità già intorno al 27/28 dicembre. Le iscrizioni resteranno aperte fino al 10 gennaio 2010.”

Io vorrei far notare un paio di cose:

1) il motivo per cui le graduatorie non saranno pubblicate in tempo non è mica chiaro. Slittamento di che? Delle lezioni? No, perché quelle iniziano comunque il 13 gennaio. Non riescono a mettersi d’accordo su chi tenere e chi mandare a casa? Il numero minimo, come ho già spiegato nel mio post precedente, è di 20 persone, mentre quello massimo è di 30. Se noi siamo 27, ma quanto cazzo devi discutere??

2) “… con ogni probabilità già intorno al 27/28 dicembre”. Già?? Con quale coraggio osano mettere l’avverbio “già”??? Hanno chiuso le iscrizioni il 4 dicembre, hanno fatto i test il 10 e l’11 dicembre avvertendo il giorno prima, dovevano metterci ben 11 giorni per dare i risultati, ora sono in ritardo per non-si-sa-bene-quale motivo e mi dicono che “già” il 27-28 li pubblicano?

3) in tutta la mail, non hanno mai neanche lontanamente provato a scusarsi per i disagi che questa loro scelta poteva causare. Non un “ci scusiamo per l’inconveniente”, “ci dispiace dovervi far attendere ancora qualche giorno”, nulla! E dire che lo sanno che c’è gente che non abita a Forlì e nemmeno a Bologna, dovrebbero darsi una regolata.

4) “durante dell’esame di ammissione” non è italiano a casa mia…

Come si fa, poi, a non odiare questa gente? Come si fa a stare tranquilli sapendo che poi avrò più o meno una settimana per cercar casa? Ok, lo so, a Londra ci ho messo una settimana, ma la casa la cercavo lì, stavo in un b&b lì, mica in un’altra città! Qui sto a Milano e devo farmi 3 ore di macchina o treno per scendere a Forlì. Ma la cosa che mi dà più fastidio non è lo sbattimento che mi dovrò poi fare, bensì il menefreghismo con cui agiscono queste persone, perché tanto mica sono loro quelli il cui futuro è un grosso punto di domanda.

Venerdì 11 dicembre ho fatto il test d’ammissione al Master in Screen Translation che vorrei fare a Forlì. A parte il fatto che ho dovuto chiamare io la coordinatrice del master il giorno prima per avere informazioni su questo benedetto test (e, notare, io sono dovuta scendere la sera prima, dato che l’orario di inizio era le 9.30), inoltre tale test non era per niente serio. La prima parte del colloquio l’ho fatta in inglese, e la prima domanda è stata: “Lei ha fatto la tesi di laurea sul libro Il Maestro e Margherita di Bulgakov… ha visto il film?”. E, detta sinceramente, la cosa mi ha spiazzato così tanto da non essere più così concentrata e “preparata” per le altre domande. Non mi aspettavo una domanda del genere, non capisco cosa c’entrasse con il “testare” le mie conoscenze linguistiche, e soprattutto avevo paura che dicendo di no avrei fatto una cattiva impressione, dato che il master è sulla traduzione multimediale. Comunque sono stata sincera e ho detto che non l’avevo visto. Tra le altre domande a cui sono stata sottoposta c’erano:

- “Perché ha scelto questo master?”: perché era l’unico in traduzione…
- “Perché proprio questo a Forlì?”: perché è l’unico che ho trovato più vicino a Milano…
- “Quale dei due moduli del master ha intenzione di fare?”: eh?! Moduli?? Quali moduli?? Ma se è già tanto che c’è il bando del master sul vostro sito di merda, come fa a esserci già la presentazioned dei corsi???

Ovviamente non sono queste le risposte che ho dato alla commissione, ma sono quelle che ho pensato nella frazione di secondo che separava la loro domanda dalla mia risposta. Poi c’è stata l’unica domanda in italiano, e anche lì mi sono cadute le braccia:

Tizia: “Quali telefilm guarda?”

Io: “… ma vuole sapere i titoli?”

T: “Sìsì!”

I: “Beh… guardo Dr House… poi… beh… dunque… basta”

Silenzio da parte di T.

I (per riparare): “Beh, non guardo molto la televisione… guardo i telegiornali… ogni tanto i film… ma guardo tutto in lingua originale comunque! Con i sottotitoli in inglese!” (mi sto arrampicando sugli specchi)

T: “Ah ok… quindi altri telefilm o spettacoli televisivi non ne guarda?”

I (pensando): “Ancora?? Se ti ho detto no è no! Con tutta la m**** che c’è in tv!”

I (a voce): “Mmh, no… non mi piacciono granché i programmi… poi beh, sono stata un anno a Londra senza televisione e stavo bene…” (d’ho! forse questo non dovevo dirlo!)

T: “Ok, beh, io sono a posto con le domande”.

Poi non è vero che non guardo totalmente la televisione a casa, perché la guardo a) la sera a cena, dato che i miei tengono accesa la tv, b) talvolta a pranzo, quando non riesco a prendere Rock ‘n’ Roll Radio o non porto il Mac giù in cucina e c) se mi trovo a casa d’altri, tipo mia zia Livia o i genitori di Fabio. Si può dire che guardo alcuni programmi, per caso, ma non ho dei “preferiti”: ogni tanto guardo Chi Vuol Esser Milionario?, Che Tempo Che Fa, Tv Talk (quando lo facevano) e altri sulla Rai, a seconda di quello che trovo d’interessante.

Comunque poi basta, hanno segnato il numero della mia carta d’identità, hanno detto ancora due cose, mi hanno fatto i complimenti per il mio nome (che novità!) e mi hanno detto che i risultati sarebbero stati pubblicati sul sito… il giorno dopo? Dopo due giorni? Tre? Una settimana? Ma va’!!!

IL 22 DICEMBRE!!!!!!

Ma se già il giorno dopo si saranno dimenticati delle mie risposte e del mio modo di parlare, vi immaginate dopo 11 giorni?? Ma cosa avranno da discutere?? Tanto più che il numero minimo di partecipanti al master è 20, il massimo 30 e noi eravamo 27! Potrebbero potenzialmente non scartare nessuno! Invece no, loro se ne fregano della gente che viene da fuori Forlì (la maggioranza suppongo), che deve cercare un alloggio, e che ha di mezzo le vacanze di Natale e Capodanno! Io sarò anche stata abituata bene alla Cattolica, ma qui si tratta di disorganizzazione legata a menefreghismo!

Anyway… seguiranno aggiornamenti dopo il 22! Intanto domani rockeggio con Sebastian Bach! :)

L’uomo è un animale sociale. Non è fatto per stare da solo.

Credo sia una citazione di Seneca. Anyway, chiunque l’abbia detto, ha ragione da vendere.

Non l’ho mai interiorizzato così tanto come in quest’anno.

 Scrivo questo post sull’aereo che mi sta portando a Londra per l’ultima volta del 2009. Sapevo che sarebbe arrivata prima o poi: la crisi post Londra. Sembra una cazzata, ma riabituarmi a vivere a Milano dopo tutto questo tempo non sarà una passeggiata. In questi giorni a casa, ho realizzato che di lì a poco avrei dovuto ricominciare  a vivere la mia “solita” vita, quella che ho lasciato a terra il 24 gennaio, e non ne ero completamente pronta. O meglio, volevo essere pronta, perché ero sicura che la scelta giusta era quella di tornare, ma non era come me l’ero immaginata. Sapevo che certe cose mi avrebbero “fatto strano”, ma non che avrei avuto una crisi da “oh cazzo, non voglio tornare indietro nel tempo, non voglio ricominciare da dove ho lasciato”.  Insomma, io mi sento cambiata e so anche che chi mi conosce bene, e mi ha conosciuto abbastanza prima che partissi, ha notato qualcosa di diverso in me, ma credo che quello di cui ho paura è ricominciare la “routine” di prima. Non che non mi piacesse la mia vita di prima, intendiamoci, è solo che non mi basta più. Voglio aggiungere cose nuove, esplorare altre dimensioni, intraprendere percorsi che prima non osavo nemmeno immaginare. Voglio dinamicità, e non una vita piatta senza possibilità di cambiamento. Voglio agire in prima persona, senza attendere la prima mossa dagli altri, sapendo inconsciamente che se nulla accadrà sarà in parte colpa mia. Voglio avere fiducia in me stessa, perché so che ce la posso fare, come ce l’ho fatta in tutto quest’anno in cose che non credevo avrei potuto superare.

Questi giorni a Milano ho provato a volte delle sensazioni di insicurezza. Era come se niente mi appartenesse più. La mia casa, la mia camera, i miei amici, il mio ragazzo, le mie abitudini. Mi sentivo fuori posto e la cosa mi faceva paura. Paura perché credevo di non avere più un posto a casa mia, nella mia vita “italiana”, nella mente dei miei amici e tra le braccia del mio ragazzo. Non per colpa degli altri, ma per colpa mia. Sentivo che volevo esserci, volevo essere partecipe di tutto, ma qualcosa non girava nel verso giusto. Forse mi ero allontanata per troppo tempo e ora era troppo tardi per ricominciare tutto come prima.

Poi è arrivato il sabato sera, e ho capito che forse non dev’essere tutto esattamente come prima. I rapporti si evolvono, crescono e migliorano, e questo perché le persone cambiano, crescono e (in certi casi) migliorano. Non sono cambiata solo io in questi mesi, quindi non c’è bisogno di gettare alle ortiche tutti i progressi che ho fatto finora. Basta che li adatto ai cambiamenti fatti dagli altri. E funziona. Sabato ha funzionato. Sono stata bene, e non mi sono sentita “esclusa”. E mi piace già avere l’agenda di dicembre fitta di impegni, con Fabio e con gli amici. Impegni che mi piacciono e mi fanno sentire padrona della mia vita.  È qualcosa a cui non posso rinunciare, nonostante sarà difficile riabituarsi a una realtà che non mi accompagna più da mesi.

In ogni caso, metto i puntini sulle i: non tutti cambiano, e so che non tutti quelli che mi stanno attorno sono propensi ai cambiamenti, ma la cosa più importante è che io mi sento cambiata (e solo chi mi conosce bene potrà dire se in meglio o in peggio) e che certe cose, d’ora in poi, anche se solo in minima parte, non potranno essere più le stesse.

Finalmente, dopo ben 7 mesi di agonia, domenica scorsa è finita la mia carriera con Caffè Nero. Pensavo che fosse un bar normalissimo, invece secondo me è anche peggio dei bar normali. A partire dalle regole da seguire:

  • six steps all the time: smile&greet, serve, sell, stamp&pay, sugar, say thank you&goodbye con tutti i clienti – anche quelli regolari! – e nel giusto ordine (non che io l’abbia seguita alla lettera, eh, but still…);
  • no piercings and tattoos: posso capire se uno ha miloni di piercing su tutta la faccia, ma l’anello al naso no! Non è vero che non è igienico, anzi, sei sicuro che non ti esce, al contrario del semplice orecchino. Inoltre, se hai un tatuaggio sul braccio, devi assolutamente coprirlo! Cos’è, ti infetta il caffè?? C’mon…
  • niente trucco pesante e capelli con tinte strane: anche lì, vado a rovinare il sapore del caffè? Al massimo rovino “l’immagine” del bar, ma, insomma, l’importante è che il caffè sia buono e che tutte le regole igieniche (quelle vere!) vengano rispettate!
  • per il resto, le altre regole le posso capire: niente smalto alle unghie (puoi perdere pezzi, è assolutamente anti-igienico), capelli legati, pulirsi sempre le mani… ma queste sono regole usuali di ogni servizio pubblico che maneggi cibo e bevande…

Anyway… Sicuramente sono contenta di aver finito di lavorare lì: mai più levatacce alle 5 del mattino per poi aspettare il bus al gelo, mai più dover rovinarsi le mani per lavare i piatti, mai più dover pulire tutto il bar nei turni di chiusura, mai più dover “deal” con clienti rompic******* e mai più doversi fare il culo per una paga da miseria (almeno per quest’anno… ;) ). Certo, l’aver lasciato Caffè Nero implica anche che “ci siamo quasi”, implica che tra poco lascerò anche la città che mi ospita da quasi un anno, e, nonostante sia certa della mia decisione, non sarà come dirlo… Ma di questo parlerò in un altro post…

PS … e oggi vado a rimettermi l’anello al naso, tiè! ;)

Finalmente abbiamo trovato un flatmate!! È stata dura, perché ci sono stati problemi logistici con la persona che verrà ad abitare al posto mio e il landlord (problemi di cui non parlerò in questa sede perché sarebbe troppo un casino spiegarveli) ma abbiamo risolto tutto e ora possiamo smettere di cercare. La persona che verrà è un ragazzo inglese gay di 23 anni che lavora come bibliotecario alla SOAS University (School of Oriental and African Studies), si chiama Richard ed è un tipo a posto e easygoing. Ci ha fatto un po’ di problemi all’inizio, un po’ come il nostro landlord di merda, ma alla fine siamo riusciti a sistemare tutto e Richard mi ha fatto il bonifico di £675 del deposito (che, però, non mi è ancora arrivato). Comprerà anche il mio materasso, che avevo comprato insieme a Sara da un rivenditore pakistano per £90, per £45 (anche se, a pensarci bene, potevo metterglielo a qualcosa in più, è praticamente nuovo!). Si trasferirà l’1 dicembre, ma inizierà a portare un po’ di roba qualche giorno prima, roba che noi metteremo nella lounge, dato che io sarò ancora lì, seppur ancora per poco. Sono sicura che Sara si troverà bene, anche se sarà decisamente diversa la loro convivenza rispetto a quella che abbiamo io e lei adesso. Eh, mi mancherà Sara. Definitely.

Non credevo mi sarebbe piaciuto così tanto, invece il concerto dei Cult a cui siamo andati io e Fabio il 10 ottobre è stato fantastico! Era alla Royal Albert Hall, tra Knightsbridge e South Kensington, che è uno di quei teatri che credo si usino anche per l’opera o per concerti di musica classica, ma che si usa anche per altri tipi di concerti, appunto. Noi eravamo in una posizione orribile, in alto in alto, da cui non si vedeva nemmeno il palco! Ma potevamo noi restare seduti? Ovviamente no, quindi dopo pochissimo ci siamo alzati e ci siamo spostati verso una posizione migliore. Certo, non bellissima, ma da cui potevamo vedere il palco e, se non tutti i componenti della band, almeno una parte, ovvero il cantante Ian Astbury e il chitarrista Billy Duffy. La tappa a Londra era una delle tante del loro tour mondiale che intendeva riproporre tutto Love, uno dei loro album più famosi, nonché un disco molto bello, infatti appena appresa la notizia delle loro tappe in Europa, ho deciso che  ”cascasse il mondo” sarei andata a vederli!

Il concerto è stato bellissimo, e la loro musica così coinvolgente! Non riuscivo a stare ferma, e quando sono arrivate le loro “hit”, come Rain, She Sells Sanctuary, Hollow Man o Fire Woman mi sono scatenata, piena di adrenalina in ogni parte del corpo. Ogni canzone mi riempiva di energia, e qualunque cosa negativa che poteva esserci stata, come il fatto che non eravamo in una buona posizione per vederli o che non conoscevo tutti i testi, passava in secondo piano. Ian Astbury, nonostante l’età, sembrava un ragazzino da come si muoveva sul palco, e non ha mai rallentato il ritmo, dalla prima all’ultima canzone! Non mi importa se la sua voce non era più quella di una volta, o se non riusciva a raggiungere tutte le tonalità giuste, perché la carica che dava a tutti i fan, usando anche un tamburello, era tale da non farti notare il singolo difetto, ma la bellezza dell’insieme. Mi pare che abbiano suonato un paio d’ore circa, e dico “mi pare” perché il tempo è letteralmente volato e non potrei dire con certezza la vera durata del concerto. La band ha fatto una piccola pausa dopo aver finito tutte le canzoni di Love, e un’altra quando – diciamo – il concerto doveva teoricamente essere finito. In realtà poi sono rientrati sul palco con una novità, anzi due: il bassista Jamie Steward e il batterista Mark Brzezicki, che altri non sono se non i componenti originali della line-up di Love. Con loro hanno rifatto un paio di canzoni che avevano già suonato prima, ma che non mi ha impedito di scatenarmi di nuovo!

Ovviamente, ho comprato anche una t-shirt, e non una qualunque, bensì quella con la copertina di Love! Purtroppo, essendo io bassa, magra e piccola, non ho potuto comprare la generica taglia S, con la copertina di Love davanti e le date del tour dietro, ma la taglia S da donna, che sì più piccola e mi sta bene, ma non ha le date del tour dietro. Peccato, ma è carina lo stesso. Here it is:

Love t-shirt

…e se volete un resoconto del concerto da un punto di vista più prettamente musicale, vi consiglio il post di dK! Enjoy!

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